Eutanasia in Italia: cosa dice la legge nel nostro Paese

Sono oramai più di vent’anni che si parla di eutanasia in Italia. Eppure, a conti fatti, l’avanzamento legislativo e culturale in materia va ancora a rilento. Per questo motivo, Marco Cappato e l’Associazione Luca Coscioni hanno programmato una manifestazione nazionale dal titolo “Liberi fino alla fine”.

L’evento andrà in scena giovedì 19 settembre 2019 nei giardini intitolati a Piergiorgio Welby, in piazza San Giovanni Bosco (Roma). Al fine di non farsi trovare impreparati a questa giornata, abbiamo fatto il punto della situazione in merito all’eutanasia in Italia.

Quali sono i diversi tipi di eutanasia in Italia?

In greco antico, il termine Eutanasia significa “Buona morte”. Nei tempi odierni la parola definisce l’intervento medico che procura la morte di una persona consenziente, malata o menomata in modo permanente. In particolar modo, quindi, si riferisce a persone terminali, con svariate disabilità gravi o con situazioni cliniche che ne destabilizzano fortemente la qualità della vita.

Nel corso degli anni, l’argomento si è ramificato nella società del Bel paese, circoscrivendo il tema su varie ‘tipologie’ di eutanasia. Ecco quali sono:

  • ATTIVA – Quando il medico causa direttamente la morte del malato;
  • ATTIVA VOLONTARIA – Se il medico agisce su richiesta esplicita del malato;
  • PASSIVA – Nel caso in cui il medico si astiene dal praticare cure volte a tenere in vita il malato;
  • SUICIDIO ASSISTITO – Autonomamente il malato pone termine alla propria vita in presenza di un medico, il quale fornisce i mezzi per il raggiungimento dello scopo.
eutanasia legale in italia?

L’eutanasia è legale in Italia?

Prima di studiare caso per caso, è doverosa una precisazione: in Italia non esiste una regolamentazione unica riguardante l’eutanasia. Tuttavia, per ognuna delle tipologie presentate finora, il codice penale prevede delle conseguenze.

  • L’eutanasia attiva è assimilabile all’omicidio volontario, ai sensi dell’art. 575 c.p. (“Chiunque cagiona la morte di un uomo è punito con la reclusione non inferiore ad anni ventuno”). Ma se si dimostra il consenso del malato (eutanasia attiva volontaria), allora interviene l’art. 579 c.p., cioè l’omicidio del consenziente (“Chiunque cagiona la morte di un uomo, col consenso di lui, è punito con la reclusione dai 6 ai 15 anni”).
  • Più difficile, invece, la questione dell’eutanasia passiva. Se è vero che può essere configurato il reato di omicidio volontario secondo l’art. 40 c.p., è altrettanto corretto affermare la difficoltà nel dimostrarne la colpevolezza. Come mai? La sospensione delle cure da parte del malato è un diritto inviolabile della Costituzione Italiana. L’art. 32, comma 2, in particolare, recita che “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”. Si veda il caso di Piergiorgio Welby.
  • Infine, il suicidio assistito è equiparato all’istigazione o all’aiuto al suicidio, come disciplina l’art. 580 c.p. (“Chiunque determina altri al suicidio o rafforza l’altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione, è punito, se il suicidio avviene, con la reclusione da 5 a 12 anni”). Ma nel novembre 2017 il Tribunale di Milano ha stabilito che non si può ostacolare la volontà di un malato di recarsi all’estero per richiedere il suicidio assistito. In questo caso, si legga la storia di Dj Fabo.

La domanda dunque sorge spontanea: cos’é possibile praticare in Italia in termini quasi vicini all’eutanasia? Di seguito, un elenco di possibilità:

  • terapia del dolore: somministrazione di farmaci analgesici che alleviano le sofferenze del paziente non procurandone la morte;
  • libertà di cura e terapia: basata sugli articoli 13 e 32 della Costituzione Italiana, nessuna persona capace di intendere e di volere può essere costretta a un trattamento sanitario, anche se ritenuto indispensabile per la propria sopravvivenza;
  • rifiuto dell’accanimento terapeutico: il medico può interrompere o rifiutare trattamenti gravosi per il malato;
  • dichiarazione anticipata del trattamento (DAT): il testamento biologico (entrato in vigore in Italia il 31 gennaio 2018);
  • sedazione palliativa e continua: i pazienti terminali vengono addormentati per non costringerli a soffrire (non provoca la morte);
  • cessazione delle cure dopo diagnosi di morte: in particolare avviene con la morte cerebrale.

Leggi anche: Eutanasia infantile e protocollo di Groningen, decidere per chi non può farlo

Legge eutanasia in italia

La storia delle proposte di legge in Italia sull’eutanasia

Il 1984 è l’anno in cui l’eutanasia è accostata per la prima volta alla politica italiana. In particolare, il parlamentare Loris Fortuna (uno dei padri della legge sul divorzio) presentò una legge per disciplinare l’interruzione delle terapie ai malati terminali. Nell’agosto 2001, poi, i Radicali presentarono una pdl dal titolo “Legalizzazione dell’eutanasia”.

Una prima svolta, però, la si ha nel dicembre 2012: l’Associazione Luca Coscioni, Exit e Uaar presentarono una proposta di legge di iniziativa popolare. Dopo la raccolta firme avvenuta nel 2013, e l’interessamento dell’allora presidente della Camera Laura Boldrini, il 14 dicembre 2017 si arrivò alla legge sul testamento biologico.

Si tratta di una dichiarazione anticipata di volontà sui trattamenti sanitari, cioè un documento con il quale una persona elenca una serie di terapie a cui vuole sottoporsi o per cui decide di rifiutarsi. Se l’individuo non può esprimere il proprio volere, la responsabilità passa ai parenti di primo grado o ai rappresentanti legali.

Leggi anche: Suicidio assistito, aggiornato Codice di Deontologia medica

come funziona eutanasia in italia

Cosa sta facendo oggi il Parlamento italiano

Mentre scriviamo queste righe, l’Italia sta subendo la crisi politica del Governo Conte. Dunque, al netto della prosecuzione dei lavori sotto l’incertezza politica, possiamo riportare una mancata osservazione da parte delle nostre istituzioni. L’unica nota positiva riguarda un disegno di legge depositato nel 2018 dal senatore Matteo Mantero (M5S) proprio sull’eutanasia.

Tuttavia, nonostante il 24 ottobre 2018 la Consulta ha rimandato la sua decisione sulla vicenda Cappato-DjFabo, chiedendo al Parlamento di colmare il vuoto legislativo, nulla è stato fatto. A spiegarlo è il Sole24Ore: “Prima del caos istituzionale agostano, nessun testo condiviso era uscito dalle commissioni competenti e nulla compariva nel calendario dei lavori delle assemblee di settembre”. Cosa ci aspetta per il futuro? La sentenza ai posteri.

Referendum Eutanasia Legale: cos’è e cosa chiede

Nel giugno 2021 è partita la raccolta firme per il referendum sull’eutanasia legale, che vuole parzialmente abrogare l’art. 579 del codice penale: oltre a introdurre l’eutanasia attiva, depenalizzerebbe alcuni reati. L’obiettivo delle 500mila firme entro il 30 settembre 2021 è stato già raggiunto, anche se il Comitato promotore vuole raggiungere il tetto simbolico delle 750mila. Ecco le modalità per firmare:

  1. Sui tavoli degli attivisti in giro per l’Italia: non è necessario firmare nel proprio Comune o nella propria Regione di residenza;
  2. AGli studi di avvocati e notai aderenti l’iniziativa (qui la lista dei legali aderenti e dei banchetti presenti nelle piazze italiane);
  3. Negli uffici anagrafici nel proprio Comune di residenza: in alcuni casi riceveranno solo su appuntamento;
  4. Online (qui il sito per firmare online). Le modalità sono le seguenti:
    • Spid, al costo di 0,50 centesimi per firma coperto dal Comitato Referendum Eutanasia Legale;
    • con Smart Card, usb o servizio di firma digitale remota, al costo di 0,50 centesimi per firma coperto dal Comitato Referendum Eutanasia Legale;
    • con servizio di riconoscimento TrustPro, al costo di 3 euro per l’autenticazione a carico del firmatario.

Leggi anche: “Referendum Eutanasia Legale grazie a social e giovani. Ecco i futuri step”

Angelo Andrea Vegliante
Angelo Andrea Vegliante
Da diversi anni realizza articoli, inchieste e videostorie nel campo della disabilità, con uno sguardo diretto sul concetto che prima viene la persona e poi la sua disabilità. Grazie alla sua esperienza nel mondo associazionistico italiano e internazionale, Angelo Andrea Vegliante ha potuto allargare le proprie competenze, ottenendo capacità eclettiche che gli permettono di spaziare tra giornalismo, videogiornalismo e speakeraggio radiofonico. La sua impronta stilistica è da sempre al servizio dei temi sociali: si fa portavoce delle fasce più deboli della società, spinto dall'irrefrenabile curiosità. L’immancabile sete di verità lo contraddistingue per la dedizione al fact checking in campo giornalistico e come capo redattore del nostro magazine online.

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