‘Tetraplegico recupera l’uso delle mani’: non è proprio così

Tetraplegico recupera l’uso della mani‘: nei giorni scorsi, questo è stato il titolo predefinito di svariati articoli su una notizia che avrebbe dell’incredibile. In pratica, un uomo di 52 anni, tetraplegico a causa di un incidente automobilistico, avrebbe riottenuto l’uso completo della mani grazie a un’innovativa tecnica chirurgica all’ospedale Cto della Città della Salute di Torino. Purtroppo, però, non è così. I dettagli dei fatti sono stati leggermente distorti, creando aspettative troppo ampie per ogni condizione di tetraplegica. Per chiarire quale sia effettivamente la notizia, abbiamo telefonato uno dei medici coinvolti nell’operazione, il dott. Bruno Battiston.

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I giornali riportano che un ‘tetraplegico ha recuperato l’uso delle mani’. Quali sono i dettagli?

“Bisogna assolutamente specificare che il paziente non ha recuperato l’uso delle mani. È stato fatto un intervento per consentirne il recupero. Si tratta di una ricostruzione nervosa che necessita poi di una rigenerazione in un certo periodo di tempo. Quindi, al di là dell’atto chirurgico, richiede una riabilitazione. Sul lato tecnico, abbiamo preso i tratti di un nervo periferico per reinervare gruppi muscolari paralizzati. Tale tecnica nasce nella chirurgia traumatica dei nervi periferici, ed è stata introdotta da un brasiliano nell’impiego in pazienti con lesioni del midollo spinale. In pratica, si sceglie il ramo nervoso che deve essere ruotato e reinnestato in una branca nervosa, finendo in un muscolo non più collegato col cervello. Come un elettricista che lavora sui fili elettrici da un impianto: su tre luci, ne stacca una per ridare corrente a una stanza buia dove c’è una lampadina che ha perso il comando d’attivazione da parte del filo elettrico della centralina”.

Quindi per provare a recuperare l’uso delle mani servirà un periodo di fisioterapia.

“Assolutamente. Almeno 6 mesi di rieducazione, nell’attesa che arrivi la rigenerazione. Bisognerà potenziare il muscolo, facilitarlo e servirà una rieducazione corticale. Per farlo, si muove un muscolo che non si è spento da troppo tempo. I muscoli che non funzionano da più di 1 o 2 anni vanno in atrofia. Se anche gli restituissi un’innervazione, non sarebbero in grado di funzionare. Il nostro è un tipo di intervento indirizzato a pazienti con lesione midollare che non superi l’anno. Purtroppo, leggendo gli articoli, i pazienti con tetraplegia da parecchi anni hanno pensato che fosse una strada percorribile per loro, cosa che per il momento non è. Bisogna stare attenti a non creare false speranze”.

Ci sono altre specifiche che vuole darci? Qualche altro chiarimento?

“Non è una tecnica sostitutiva o innovativa. La chirurgia utilizza qualcosa in più per portare a risultati superiori. Questo intervento è un’arma in più nel nostro bagagliaio tecnico. Un paziente con paralisi da più tempo o su cui non si può operare perché non ci sono dei nervi validi a disposizione, è comunque destinato a tecniche consolidate di trasferimento tendineo. Il nostro lavoro non cancella il normale trattamento riabilitativo e chirurgico per un tetraplegico”.

Sarebbe la prima volta che tale intervento è eseguito in Italia: è vero? E in che senso?

“La prima che accade in questo modo, su un paziente tetraplegico, nei tempi giusti, bilateralmente, con una coordinazione chirurgica e riabilitativa che garantisce al paziente una speranza di recupero superiore ai pochi casi sporadici fatti in Italia, e che ha poche altre esperienze soprattutto a livello internazionale. All’estero è una tecnica che altri centri hanno iniziato ad utilizzare, qui da noi è la prima volta che viene utilizzata in questo modo. L’obiettivo? Recuperare non solo un movimento con trasferimento tendineo, ma anche un movimento volontario con reinnervazione”.

Questa notizia ha fatto pensare che qualsiasi paziente con problematiche simili potesse recuperare al 100% l’uso delle mani o di altri arti: è vero?

“No, questo purtroppo è l’errore che la notizia può portare. Il chirurgico non ha la bacchetta magica. La nostra è una tecnica grazie alla quale riattiviamo alcuni movimenti chiave. Parliamo di persone che, con una completo deficit di funzione alla mano, non possono neanche tenere una posata o comandare un joystick della sedia elettrica. Noi spostiamo qualche nervo per recuperare tantissimi muscoli, ma è impossibile recuperarli tutti. Reintroduciamo quelli che restituiscano al paziente la possibilità di afferrare in maniera semplice qualche oggetto o usare un dito per funzioni elementari. È qualcosa che gli cambia radicalmente la vita. Sicuramente, non è un paziente che tornerà a fare braccio di ferro o a un utilizzo completo delle mani prima dell’incidente. Invece, è un individuo con la prospettiva di recuperare una piccola funzione che gli consenta di fare un salto di qualità nella vita di tutti i giorni”.

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Nel caso tale tecnica venga approfondita nel tempo, potrà essere usufruita anche da chi è tetraplegico dalla nascita?

“No, dobbiamo avere una muscolatura che, poco prima della presa in carico del paziente, fosse valida e funzionante. Se ho un gruppo muscolare che non funziona dalla nascita, non siamo di fronte a un muscolo: è una struttura assolutamente incapace di ricevere una nuova attivazione da parte di un qualunque trasferimento nervoso”.

Quali sono gli obiettivi futuri a cui punta questa tecnica chirurgica?

“Che un certo numero di pazienti sia indirizzato, in tempi precoci e in modo coordinato, a un qualcosa che dà un vantaggio. Difficilmente siamo in grado di inventare la penicillina tutti i giorni. La capacità di curare meglio i pazienti deriva sempre da esperienze precedenti. Quanto fatto da noi è un passo ulteriore: aumenteremo la comprensione dei meccanismi di reinnervazione muscolare. E chissà, in tempi non troppi lontani avremo un’altra fonte di miglioramento per questi pazienti”.