Mondiali Qatar 2022 e il dramma delle morti dei lavoratori migranti

Redazione:

Non solo diritti negati alle donne e alla comunità Lgbt, ma durante la fase di preparazione verso i Mondiali di calcio di Qatar 2022 sono state registrate discriminazioni e un alto numero di decessi per i lavoratori migranti.

“Siamo stati pesantemente criticati – ha commentato il presidente della FIFA Gianni Infantino alla conferenza stampa di presentazione della kermesse sportiva -. Oggi mi sento del Qatar. Oggi mi sento arabo. Oggi mi sento africano. Oggi mi sento gay. Oggi mi sento un lavoratore immigrato. Ricordo i miei genitori, che da immigrati hanno lavorato duramente, alle frontiere, cercando lavoro in Svizzera. Quando sono arrivato a Doha mi sono ricordato della mia infanzia, ho detto: ‘Questo non va bene, dobbiamo fare qualcosa’. La Svizzera è un esempio di inclusione. Anche il Qatar ha fatto progressi”.

Parole che hanno fatto storcere il naso di molte persone, le quali continuano ad appellarsi alla necessità di tutelare maggiormente i diritti dei lavoratori migranti in Qatar. Ma come mai se ne parla così tanto e che cos’è successo in tutti questi anni nel Paese arabo?

Mondiali Qatar 2022 e lavoratori migranti: come funziona il sistema?

In Qatar vige un sistema antico, noto come kafala, che disciplina il diritto al lavoro per i lavoratori migranti e stranieri nel mondo arabo (quindi anche in Oman, Emirati Arabi Uniti, Arabia SAudita, Kuwait, Bahren).

Ma come funziona questo sistema? Come racconta Valigia Blu, il lavoratore migrante (principalmente proveniente da India, Pakistan, Nepal, Bangladesh e Sri Lanka) deve necessariamente rivolgersi a un garante o uno sponsor come forma di tutela. Tuttavia questa figura ha dei diritti nei confronti del lavoratore stesso, come controllare i suoi spostamenti e assicurarsi che non abbandoni il posto di lavoro senza permesso.

Un contesto lavorativo assai opinabile, denunciato lo scorso anno da Amnesty International, evidenziando come negli ultimi dieci anni “migliaia di giovani lavoratori migranti sono morti improvvisamente e inaspettatamente in Qatar nonostante avessero superato gli esami medici obbligatori prima di recarsi nel Paese”.

“Chi aiuta i lavoratori migranti? Lo fa la Coppa del Mondo, lo fa la FIFA – ha dichiarato Infantino -. Circa 25.000 lavoratori immigrati sono morti a causa della politica migratoria europea dal 2014. In Europa chiudiamo i nostri confini e non accettiamo lavoratori che vengono a lavorare legalmente. Sì, c’è chi viene a lavorare. E poi critichiamo il Qatar. C’è un doppio standard”.

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Mondiali Qatar 2022 e lavoratori migranti: quanti morti e in quali condizioni?

Il numero di morti dei lavoratori migranti sarebbe impressionante. A scoperchiare questo vaso di Pandora ci ha pensato un’inchiesta del The Guardian dello scorso anno: più di 6.500 negli ultimi 10 anni provenienti da Nepal, Bangladesh, Sri Lanka, India e Pakistan, per una media di 12 lavoratori migranti ogni settimana.

La causa più comune registrata dalle autorità locali è “morte naturale“, attribuita in genere a insufficienza cardiaca o respiratoria acuta. In base ai dati diffusi dalla testata, il 69% dei decessi tra i lavoratori indiani, nepalesi e bengalesi è classificato come naturale, mentre per gli indiani la cifra è dell’80%. A essere sotto osservazione è il modo in cui queste morti vengono registrate, visto che avverrebbero persino senza autopsia e in alcuni casi senza una legittima spiegazione medica.

Il dato sarebbe addirittura inferiore alla realtà, in quanto non sono inclusi altri Paesi che, seppur in maniera meno consistente, inviano lavoratori nel Paese arabo (come Filippine e Kenya) e non sono stati inclusi i decessi avvenuti dal 2020.

Una statistica non basta a spiegare approfonditamente la questione, serve anche un contesto. Innanzitutto, andrebbe ricordato che un morto sul lavoro significa una tragedia umana ed economica per una famiglia. Inoltre, queste morti sarebbero avvenute anche durante la costruzione degli stadi che oggi vediamo in televisione.

In questa decade infatti, il Qatar si è impegnata a costruire 7 nuovi stadi, un aeroporto, strade, sistemi di trasporto pubblico, hotel e addirittura città. Un impegno massiccio anche per un nazione con uno dei PIL più alti nel mondo (sesto al mondo per il potere d’acquisto). Eppure le condizioni dei lavoratori migranti restano scarse.

Per fare un primo esempio, il salario minimo in Qatar è di 1000 ryal al mese (poco più di 200 euro): decisamente troppo basso, visto che da questa cifra vanno tolte le tasse di assunzione e ciò che viene mandato alla famiglia, come ha rivelato un’altra inchiesta del The Guardian del settembre 2022.

“Ho pagato 300.000 [Bangladeshi taka] – ha affermato un lavoratore al The Guardian -. Alcuni pagano un po’ di più, altri un po’ meno, ma tutti pagano”. “Lo stipendio è molto basso – ha denunciato un altro lavoratore che può inviare solo 160 sterline al mese alla moglie e ai quattro figli -, è molto difficile. Posso guadagnare questo in India”. E ancora, emerge anche la storia di un lavoratore che ha dato i suoi gioielli come garanzia di lavoro per una parcella di 1.170 sterline. Un vero e proprio “ciclo di sfruttamento“, secondo Amnesty International, condizionato da mesi e anni di tempo per ripagare i debiti.

Nella stessa inchiesta, la testata inglese si è concentrata sui lavoratori che hanno costruito lo stadio Al Bayt, dove si è giocata la prima partita del Mondiale, Qatar-Ecuador. “Le stanze sono piccole, sporche e senza finestre, ogni posto letto è delimitato da dei teli per avere un po’ di privacy, e tutti gli effetti personali di un lavoratore sono tenuti sotto il letto”, denuncia il The Guardian attraverso foto esclusive.

Per dovere di cronaca, dal 2018 le autorità qatariote hanno avviato diverse riforme per migliorare i diritti umani dei lavoratori, ma non sono state attuate nella loro completezza. Anche il sistema kafala sembra in procinto di essere smantellato: una nuova legge di due anni fa prometteva di rimuoverlo, così da permettere ai lavoratori di cambiare lavoro, ma gli stessi hanno affermato che “la SAIC (Sulaiteen Agricultural and Industrial Complex) si rifiuta di rilasciarli“.

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Mondiali Qatar 2022 e lavoratori migranti, cos’ha detto la FIFA?

Sei mesi prima dell’inizio dei Mondiali di Qatar 2022, Amnesty International ha informato la FIFA che dovrebbe risarcire con almeno 440 milioni di dollari le centinaia di migliaia di lavoratori migranti. Una somma che comunque “potrebbe essere ben più elevata”.

Di tutta risposta, la FIFA ha ribadito “il suo impegno ad attuare il suo processo di 2 diligence per proteggere i lavoratori coinvolti nella preperazione della Coppa del Mondo 2022 sulla base delle sue politiche sui diritti umani”. Inoltre, ha dichiarato che questa manifestazione servirà come “catalizzatore per le riforme dei diritti del lavoro” .

Al The Guardian invece il governo del Qatar ha spiegato che il numero dei decessi “è proporzionale alla dimensione della forza lavoro migrante e che le cifre includono i colletti bianchi che sono morti naturalmente dopo aver vissuto in Qatar per molti anni”.

Un portavoce ha dichiarato che “il tasso di mortalità tra queste comunità rientra nell’intervallo previsto per le dimensioni e la demografia della popolazione. Tuttavia, ogni vita persa è una tragedia e nessuno sforzo viene risparmiato nel tentativo di prevenire ogni morte nel nostro Paese”. In aggiunta, ha spiegato che ai cittadini stranieri è stato dato accesso all’assistenza sanitaria gratuita.

Il Comitato organizzatore della kermesse sportiva invece si è detto “profondamente dispiaciuto per tutte queste tragedie” e di aver fatto partire indagini “su ogni incidente per assicurarci che le lezioni fossero apprese”.

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Angelo Andrea Vegliante
Da diversi anni realizza articoli, inchieste e videostorie nel campo della disabilità, con uno sguardo diretto sul concetto che prima viene la persona e poi la sua disabilità. Grazie alla sua esperienza nel mondo associazionistico italiano e internazionale, Angelo Andrea Vegliante ha potuto allargare le proprie competenze, ottenendo capacità eclettiche che gli permettono di spaziare tra giornalismo, videogiornalismo e speakeraggio radiofonico. La sua impronta stilistica è da sempre al servizio dei temi sociali: si fa portavoce delle fasce più deboli della società, spinto dall'irrefrenabile curiosità. L’immancabile sete di verità lo contraddistingue per la dedizione al fact checking in campo giornalistico e come capo redattore del nostro magazine online.

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