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“Io, Martina Caironi, vi racconto come ho fatto il nuovo record del mondo”

“Come hai fatto?” Questa la domanda che mi ha posto mio fratello a distanza di qualche giorno dal mio record del mondo sulla pista di Eugene, Oregon. È una domanda semplice, ma racchiude tutta la curiosità di una persona a me vicina, che mi vede molto più “umana” di come altri mi percepiscono.

E qui sta la chiave. Io sono umana e sono partita dal basso, da dove la maggior parte di noi parte quando non sa fare qualcosa. E quindi come ho fatto a fare questo tempone sui 100m? 14”02?

Una storia di record, rispetto e amicizie

Innanzitutto, devo riconoscere che durante la mia carriera ho fatto molti record. Sono orgogliosa di dirlo perché, guardandomi indietro, vedo la voglia di migliorarmi che mi ha spinto volta per volta ad andare sempre più in là. Nel 2015 segnai un record nella finale mondiale dei 100m a Doha, 14”61, mi sembrava già pazzesco esser scesa sotto i 15 secondi così ampiamente.

Quella volta la motivazione era più grande del solito perché era la prima gara internazionale in cui sfidavo l’allora nuova arrivata, l’italiana Monica Contrafatto, che sarebbe poi diventata mia compagna di avventure e trasferte. Forse non gliel’ho mai riconosciuto, ma quello sprint d’oro è arrivato anche grazie a lei, che era lì, agguerrita, col suo tatuaggio a bomba sul braccio, pronta a riscattarsi dal destino che le aveva fatto perdere la gamba e la carriera da bersagliera.

Ma quest’ultimo risultato vale molto di più, perché i secondi e i decimi sono scesi ed è sempre più difficile rosicchiarli, limarli. Ha un valore perché è botta-risposta di un altro record tolto, poi ripreso e di nuovo tolto dalla mia nuova grande avversaria, nonché compagna di squadra, Ambra Sabatini. Il rapporto è sano, di amicizia nella vita e competizione in pista. È arrivata fresca nel 2019, che non aveva nemmeno vent’anni e s’è presa il mio “regno” della velocità, costruito in una decade. L’ho accettato e mi sono rimboccata maniche e protesi per poter spremere quello che ancora andava spremuto. Sono felicissima di questo. Ed i risultati si sono già visti in poco tempo. Questo è lo sport. Così si fa.

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Ma come ho ri-conquistato il record del mondo?

Quindi dicevamo, in sé per sé, come ho fatto? Come è stata la gara? Caro Michy (mio fratello), cari lettori. Non so come io abbia fatto. Ho seguito il flow e ho semplicemente corso senza pensieri, spingendo più forte che potessi, ma rilassata.

Quello che ha contribuito a farmi sentire a mio agio è stata la trasferta per come era pensata. Il meeting statunitense è una delle tappe più prestigiose della Diamond League, il circuito degli Olimpici, dei “normodotati” dell’atletica leggera che prevede altissimo livello, spettacolo, grande copertura mediatica, premi importanti e soprattutto prestigio.

Ci hanno trattate come delle signore, con viaggio in prima classe (veramente uno sballo!), accoglienza impeccabile, hotel “stiloso”, cibo ottimo. Le sale di fisioterapia e chiropratica erano sempre aperte, come aperte erano le persone che ho incontrato in quei giorni, pronte a fare delle chiacchiere piacevoli, mai invadenti. Parlare l’inglese risveglia sempre in me delle aree del cervello che non si attivano durante le giornate comuni e questo stimolo penso sia stato positivo.

Inoltre ero da sola, senza preoccupazioni. C’erano alcuni italiani e alcune avversarie, tra cui Monica, a farmi compagnia quando volevo. Abbiamo provato la pista e tutto è stato così naturale e bello che abbiamo superato il jet-lag con eleganza (vi ricordo che ci sono ben 9 ore di fusorario).

Il giorno della gara ha iniziato a piovere e noi centometriste paralimpiche abbiamo dovuto aspettare un po’ prima di poter accedere alla pista interna per poterci riscaldare (meravigliosa!), ma comunque non ci siamo scoraggiate. Anche il fatto di essere unite mi ha permessa di sentirmi a mio agio, a casa, tra amiche. Di solito circa un’ora e mezza prima della gara si attiva la fase di concentrazione e quindi addio a tutti quanti, inizia il riscaldamento, si entra nella dimensione gara.

È un misto tra agitazione e strategia, calcolo dei tempi e attivazione dei muscoli. Bisogna essere precisi per non rischiare di scaldarsi troppo o troppo poco. L’attesa non si l’ho sentita questa volta, è arrivato tutto nei giusti tempi, nessun ritardo e ogni cosa al suo posto.

Ad un certo punto ha anche smesso di piovere: “La pista è bagnata, ma who cares? (a chi importa?), io son qui per correre, non per guardare la pioggia caduta”. Sentivo le gambe belle reattive e l’adrenalina carica al punto giusto. Ci presentano, ci mettiamo sui blocchi. Sparo! E di nuovo sparo! Niente, si torna indietro. Lindi, la nuova arrivata, non riesce a stare ferma in partenza, perché ancora non ha imparato ad usare i blocchi e parte in piedi. Quindi, i giudici le danno il cartellino verde come avvertenza. No problem, sono comunque carica a bomba!

On your marks”, “Set”, Sparo! E di nuovo sparo! “C****” mi scappa di dire! È successo di nuovo. Lindi dev’essere più agitata di tutti. Le danno il cartellino giallo. Batto la mano a Monica che è accanto a me e urlo “Come oooon”. La terza deve essere quella buona, come a Londra 2012, quando in finale ci hanno rimandate due volte sui blocchi per motivi analoghi. Ecco l’esperienza a cosa serve.

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E ci siamo: azzecco la mia terza partenza, evvai, corri Marty, non ci pensare, corri e basta!
Subito dopo la linea del traguardo c’è un nastro che vincitore deve spezzare correndo; è toccato a me (quasi ci cadevo sopra!), una sensazione bellissima che non avevo mai provato. Con questo piccolo trofeo tra le mani, mi giro per abbracciare le mie compagne e intravedo il tempo in lontananza! Urlo e indico a tutti quello che avevo appena realizzato, perché la grafica non aveva individuato il record!

Mi sento gli occhi frizzare dalla gioia e così rido, rido, saluto, vado a recuperare le mie cose. Mi fermano perché da lì a poco vogliono celebrarmi pubblicamente. Così finalmente compare il “World record” sul maxischermo e mi fanno persino un’intervista live a tutta voce nello stadio.

martina caironi taglia il traguardo
Martina Caironi taglia il traguardo – Nike Preclassic di Eugene (Oregon)

La giornalista di Channel4 mi ha spiegato che da ben 33 anni lo stadio Hayward Field non ospitava eventi paralimpici. Visto che coincideva con la mia età, ho giocato su questo fatto per dire a tutti quanti di quanto fossi orgogliosa di rappresentare il mondo paralimpico ad un evento così importante. Ho concluso con una frase da Rockstar del tipo “I hope that you enjoyed the show, thank you everybody!”, tutta colpa dell’adrenalina!

Ci ho messo 4 giorni a riprendermi dalle emozioni e dal viaggio di ritorno che mi ha regalato un raffreddore potentissimo e mi ha stesa a letto per 72 ore. In conclusione, non posso illudermi/vi che un record sia per sempre, perché è lì per essere battuto e per fare da traino a tante persone. Mi aspetto che il muro dei 14 secondi crolli a breve, ma quello che rimarrà per sempre è l’emozione che ho provato nel correre così forte.

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Martina Caironi traguardo record
Martina Caironi sorride dopo aver tagliato il traguardo – Nike Preclassic di Eugene (Oregon)
Martina Caironi
La vita a 18 anni le ha fatto cambiare idea e prospettive in seguito all'amputazione della gamba sinistra. E’ diventata un’atleta paralimpica che ha scritto alcune delle più belle pagine dell’atletica leggera salendo, per l’Italia, sul gradino più alto del podio. E’ componente del consiglio internazionale degli atleti dell’IPC, ha girato il mondo, imparato lingue ma soprattutto è messaggera di positività ed inclusione. Per lei non si deve parlare di disabilità ma di abilità, di quello che le persone possono, devono fare, avendo ben presente gli obiettivi da raggiungere.

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