C’è una storia che arriva da Pisa, rimbalzata sulle pagine de La Nazione, e riportata dalla Confcommercio di Pisa, che racconta perfettamente dove nasce e dove si arena la gestione dell’inserimento lavorativo delle persone con disabilità in Italia.
Una madre e un padre hanno deciso di fare l’unica cosa che lo Stato non sa più fare: progettare un futuro, aprendo una paninoteca per il loro figlio disabile non ancora 17enne.
“Io e mio marito abbiamo pensato che fosse l’occasione giusta per dare un’opportunità lavorativa ad Erik, così da permettergli di costruirsi un futuro dignitoso” ha dichiarato la madre Francesca Larnè Scaramozzino.
“È entusiasta per questa nuova avventura e non vede l’ora di cominciare”.

Sebbene questa storia sia un fulgido esempio di come un gesto monumentale, ricco di amore e lungimiranza, sia ancora oggi fondamentale per costruire una società civile condivisa e inclusiva, un po’ di amarezza resta. Perché la responsabilità e il dovere di collocare i lavoratori con disabilità a inserirsi nel mercato sembra continuare a essere un impegno di familiari e amici, e non delle istituzioni proposte. Insomma, si mostra il fallimento sistemico di un intero Paese.
Perché quando l’inserimento lavorativo si riduce a una spinta dal basso — all’iniziativa eroica del singolo genitore, dell’associazione di quartiere, della cooperativa isolata — significa che l’istituzione preposta si è dimessa dal suo ruolo. Così facendo, il diritto al lavoro si trasforma in una lotteria che puoi vincere solo se nasci nella culla giusta: chi ha le risorse si salva, chi è solo affonda. Queste storie mettono una pezza bellissima, ma minuscola, sopra un danno immenso e strutturale – su cui per altro queste stesse persone non hanno la responsabilità.
Il panorama reale lo raccontano i numeri spietati analizzati da Marino Bottà su Superando.it, basati sulla XII Relazione al Parlamento sulla Legge 68/99. I dati ci dicono che, a 23 anni dall’emanazione della legge, a fronte di una quota di riserva complessiva di quasi 590mila posti previsti per i lavoratori con disabilità, ben 178.328 posizioni risultano vacanti. A fronte di quei posti rimasti vacanti nelle aziende, quante persone con disabilità stanno effettivamente cercando lavoro?
I dati ufficiali dicono circa 880mila, ma l’autore precisa che la stima è al ribasso e che abbiamo superato il milione di persone iscritte al collocamento mirato.

Ma il dato agghiacciante è un altro: in Italia si registrano mediamente poco più di 40mila avviamenti al lavoro l’anno, ma solo 6.539 persone conservano quel posto dopo dodici mesi. Un tasso di sopravvivenza occupazionale ridicolo.
Nessuno chiede che una persona con disabilità venga assunta per compassione o per timbrare un modulo burocratico, in quanto l’obiettivo generale è la valorizzazione delle competenze: un lavoratore con disabilità è tale in quanto capace di produrre.
Ma senza una volontà politico-sociale forte, e senza una cultura orientata a riconoscere le persone disabili come persone, il nostro Paese continuerà a delegare la formazione e l’accompagnamento al terzo settore e alle famiglie. Così facendo l’Italia ristagnerà nell’adagiarsi sugli allori delle sue leggi progressiste – che però non vengono mai totalmente applicate. Non si può misurare il livello di civiltà di una nazione contando quante famiglie aprono una paninoteca per creare futuro per i propri figli. Lo Stato deve riprendersi la responsabilità dell’inserimento lavorativo. Perché l’emancipazione e la dignità di un lavoratore con disabilità non possono dipendere da un colpo di fortuna o dalla lungimiranza della propria famiglia: è una questione di giustizia sociale, e lo Stato non può continuare a guardare da un’altra parte.