Chi va in reparto di terapia intensiva e quando serve

Il reparto di Terapia Intensiva (T.I.), in inglese Intensive Care Unit (ICU), non è un luogo come un altro, in quanto richiede un sforzo sanitario continuo, perpetuo e ingente sia da parte del personale sia da parte dell’uso di tecnologie high-tech.

Chi finisce in terapia intensiva, infatti, sono pazienti con uno stato di salute critico medio-grave, che richiedono una costante attenzione e un monitoraggio abbastanza importante, 7 giorni su 7 e 24 ore su 24. Non c’è alcuna differenza con il reparto di Rianimazione, in quanto in Italia i termini sono sinonimi.

Come funziona la terapia intensiva?

La terapia intensiva accoglie pazienti con grave insufficienza di uno o diversi organi che può compromettere quindi la funzione vitale della persona.

Generalmente, chi finisce in questo reparto necessita di numerosi strumenti decisamente invasivi per restare in vita, come cateteri vescicali (non possono alzarsi dai propri letti), ventilatori (ultimamente ne sentiamo parlare spesso a causa del Covid, e vengono usati per contrastare l’evoluzione della polmonite interstiziale bilaterale, con possibile sviluppo di Sindrome da Distress Respiratorio Acuto) oppure organi artificiali.

Oltre a quelli appena elencati, vi sono altri strumenti che possono essere utili a mantenere in vita i pazienti, come la nutrizione parentale in vena e i farmaci assunti attraverso cateteri venosi.

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Come mai si ricorre spesso all’uso di cateteri o strumentazione parecchio invasiva? La maggior parte delle persone che finiscono in questo luogo è tenuta sedata, anche se l’obiettivo primario è cercare di tenerli svegli il più tempo possibile e mantenere stabili le funzioni vitali.

Nel caso in cui si decida per uno spostamento dei pazienti dalla terapia intensiva, vengono innanzitutto staccate le macchine principali per usare degli apparecchi sostitutivi portatili e ricalibrati. Sono strumenti decisivii, in quanto hanno l’obiettivo di controllare il battito cardiaco e il respiro.

Ogni unità letto della terapia intensiva è composta da una lista di apparecchiature che sono indispensabili per monitorare e mantenere in vita il paziente. Normalmente possiamo trovare:

  • respiratore automatico;
  • ventilatore meccanico;
  • maschere per l’ossigeno;
  • monitor multiparametrico;
  • defibrillatore manuale;
  • pompe infusionali;
  • sistema d’aspirazione;
  • macchinari per dialisi;
  • barra di alimentazione.

Com’è possibile intuire, dunque, tenere in vita un paziente richiede risorse tecnologiche ingenti ed enormi allo scoro di recuperare un equilibrio tra sistema nervoso centrale, apparato cardiocircolatorio e apparato respiratorio. La degenza in questo reparto può durare giorni o settimane, in media 14-16 giorni.

apparecchiature per terapia intensiva

Chi lavora in terapia intensiva?

Il personale medico della terapia intensiva richiede numerosi lavoratori altamente verticalizzati, come i medico anestesista-rianimatore e l’infermiere specializzato.

Ad esempio, per quanto riguarda invece le cure fondamentali, come l’igiene personale della persona, il lavoro è affidato all’infermiere, il quale però è seguito da medici e operatori sociosanitari altamente specializzati.

Da qui possiamo comprendere che, per qualsiasi operazione, è richiesta la presenza sul posto di almeno 3/5 operatori sanitari al fine di evitare rischi o complicanze di grave entità. Ecco perché oggi, con la pandemia di Covid, si sottolinea sempre l’esigenza di avere una terapia intensiva coperta sotto una certa percentuale.

Com’è fatta la terapia intensiva?

I locali sono ampi e grandi poiché devono accogliere diversi pazienti tra loro, così da permettere all’equipe medica di lavorare contemporaneamente su più casi.

Le terapie intensive generiche si occupano di accudire svariate tipologie, ma esistono anche dei locali verticalizzati su alcuni casi (come nel caso del Covid). In questo caso parliamo di Terapie Intensive Specialistiche. Le più note sono:

  • Terapia intensiva cardiologica o cardiochirurgica: riguarda pazienti con problemi al cuore o malattie che colpiscono il sistema circolatorio;
  • Terapia intensiva neurologica: riguarda pazienti con malattie neurologiche che spesso si trovano in coma o sedati profondamente;
  • Terapia intensiva neonatale: riguarda i piccoli pazienti con malattie molto gravi e che necessitano di apparecchiature specifiche per restare in vita.

Terapia intensiva serve quando i casi sono gravi

Ogni volta che sentiamo parlare di ricoveri per Covid in terapia intensiva, significa che chi ha contratto la malattia necessita di cure costanti e ingenti in quanto le condizioni di salute del soggetto sono molto critiche.

Prima della diffusione della pandemia, abitualmente trovavamo persone con infarti, arresti cardiaci, ictus, emorragia cerebrale oppure dopo aver subito interventi chirurgici invasivi o per aver subito situazioni traumatici (come incidenti stradali).

Dove si trova la terapia intensiva?

Solitamente si trova in prossimità del pronto soccorso e del blocco operatorio.

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paziente covid in terapia intensiva

Quanti posti letto di terapia intensiva ci sono in Italia?

Secondo la Fondazione Veronesi, i posti letto in Italia sono 5.300 tra intensiva e sub intensiva (9 posti letto per 100 mila abitanti).

Cos’è la terapia sub intensiva?

La terapia sub intensiva (o terapia semi intensiva) serve a quei pazienti che presentano quadri clinici di media gravità, che vengono sempre controllati 7 giorni su 7 e 24 ore su 24, ma non necessitano di macchinari invasivi per essere tenuti in vita. Si tratta quindi di un luogo intermedio tra un locale di degenza ordinaria e la terapia intensiva vera e propria.

Tra le strumentazioni più usate possiamo trovare apparecchiature per la ventilazione non invasive e i CPAP (Continuous Positive Airway Pressure), caschi respiratori collegati a una macchina di ventilazione che aiutano i polmoni a ricevere ossigeno.

La terapia semi intensiva non è standardizzata, cioè non esiste un modello unico presente in tutti gli ospedale, ma si omologa in base alle alla tipologia di caso da risolvere. Possiamo avere:

  • Unità coronariche (le più diffuse);
  • Unita di terapia respiratoria (poco diffuse);
  • monoorgano;
  • Unità perichirurgiche e post-chirurgiche;
  • Stroke Unit (riguardano ictus ischemico od emorragico);
  • Aree sub intensive stepdown (collegate alle terapie intensive).

Sindrome da terapia intensiva

Un periodo prolungato in ospedale, lontano dai propri cari e dalla propria quotidianità, può generare in un paziente uno stato di confusione e ansia. Se poi ci si trova per più tempo in terapia intensiva, si può entrare facilmente in uno stato confusionale e di disorientamento, che può sfociare in deliri noti come psicosi da terapia intensiva.

Inoltre, chi sopravvive alla terapia intensiva può sviluppare la sindrome post-terapia intensiva (PICS), che si presenta nella persona con una serie di sintomi legati al deterioramento fisico, cognitivo e psichiatrico.

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Angelo Andrea Vegliante
Angelo Andrea Vegliante
Da diversi anni realizza articoli, inchieste e videostorie nel campo della disabilità, con uno sguardo diretto sul concetto che prima viene la persona e poi la sua disabilità. Grazie alla sua esperienza nel mondo associazionistico italiano e internazionale, Angelo Andrea Vegliante ha potuto allargare le proprie competenze, ottenendo capacità eclettiche che gli permettono di spaziare tra giornalismo, videogiornalismo e speakeraggio radiofonico. La sua impronta stilistica è da sempre al servizio dei temi sociali: si fa portavoce delle fasce più deboli della società, spinto dall'irrefrenabile curiosità. L’immancabile sete di verità lo contraddistingue per la dedizione al fact checking in campo giornalistico e come capo redattore del nostro magazine online.

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