Sedili degli aerei per disabili, l’Italia in finale a contest Airbus

I sedili degli aerei per disabili potrebbero diventare una realtà tangibile prima di quanto possiamo immaginare. Non solo perché è un’esigenza attuale, ma anche per via della praticità tecnica che non richiederebbe così tanti anni per essere sviluppata. E, oltretutto, c’è chi ci sta lavorando. Siamo al Politecnico di Milano (Lombardia), dove quattro studenti universitari del corso magistrale in Ingegneria Aeronautica hanno dato il via, lo scorso ottobre, al progetto dei sedili degli aerei per disabili.

Sedili degli aerei per disabili, i protagonisti

Il gruppo di lavoro è formato da quattro giovani ricercatori: Vittorio Di Pietrantonio, Tommaso Cinelli, Mario Capo e Daniela Agachi. Nomi che hanno ottenuto una certa risonanza in funzione del fatto che la loro idea è stata selezionata come finalista del contest internazionale lanciato da Airbus. E saranno l’unica rappresentanza italiana che il prossimo 27 giugno a Tolosa (Francia) proverà a strappare il primo premio da 45 mila euro. Abbiamo contattato Vittorio, Tommaso e Mario via Skype per farci raccontare qualcosa in più.

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Com’è nata la possibilità di sviluppare l’idea dei sedili degli aerei per disabili?

Vittorio: “Tutto è nato a ottobre. Tommaso era a conoscenza di questa competizione e, visto che mia sorella è sulla carrozzina da 7 anni, ho pensato che potevamo fare qualcosa che riguardasse gli aerei e la disabilità. Mi ricordavo che, con mia sorella, non ero mai riuscito a viaggiare su un aereo, ci sono sempre stati problemi. Alla fine, anche informandoci meglio, abbiamo scoperto quello che è l’attuale trasporto disabili negli aerei, e come fosse davvero arretrato rispetto a quelle che sono le condizioni in altri mezzi di trasporto. Quindi abbiamo cominciato a pensare a un’idea che potesse essere realizzabile da un nostro punto di vista e che rispettasse le attuali regole europee comunitarie del trasporto passeggeri. Senza andare, poi, ad intaccare quella che è l’attuale normativa. Volevamo creare un prodotto che fosse sia appetibile dal punto di vista delle compagnie aeree, sia qualcosa che potesse aiutare davvero le persone a mobilità ridotta”.

Per cercare di realizzare questo obiettivo, avete creato questi sedili degli aerei per disabili. Cosa potete raccontarmi in merito a questa invenzione?

Tommaso: “Siamo partiti dopo che Tommaso ha parlato del problema da cui realizzare la nostra idea. Abbiamo iniziato prima a fare una piccola ricerca per quanto riguarda l’accesso per le persone disabili all’aereo. E abbiamo visto come, anche attraverso blog e racconti personali di persone con disabilità, il momento più difficile nel prendere un aereo è il momento in cui bisogna salire sull’aereo. Perché una carrozzina non può entrare, visto che non riesce a passare in mezzo al corridoio. Quindi questa persona deve essere trasferita in una carrozzina più stretta, poi nel corridoio viene spostata sul sedile dell’aereo. È un processo che crea molto fastidio nella persona. Quindi abbiamo pensato a SWAN (Smart Wheelchair for Air-travel Needs). Consiste nel riprogettare una fila dell’aereo in modo tale che il sedile più interno al corridoio possa essere staccabile dall’aereo. E, attraverso il dispositivo SWAN, da inserire sotto il sedile, il sedile stesso diventa una sorta di carrozzina elettrica che può essere comandata attraverso lo smartphone. In questa maniera, il sedile viene fornito al passeggero al check-in, dove può fare lo spostamento in spazi più ampi, e dopodiché utilizza questo sedile-carrozzina all’interno dell aeroporto fino all’ingresso dell’aereo”.

Quant’è importante essere alla finale di Airbus con questo progetto e come rappresentativa italiana?

T.: “È considerato uno dei concorsi più importanti in tutto il mondo per l’ingegneria aerospaziale. Noi siamo l’unico gruppo italiano che è stato selezionato per la finale. L’ultima volta è stata nel 2013, un gruppo del Politecnico di Milano. Siamo partiti da un numero incredibile di studenti, eravamo 2220 iscritti a ottobre, mentre adesso – con 270 team partecipanti – siamo solamente 7 squadre. Questo è un buon segno. Oltre per l’idea che è piaciuta ai giudici, proprio l’interesse per questa tematica che effettivamente ha colpito la giuria di Airbus”.

Tutto questo processo che state vivendo sottolinea l’importanza della ricerca tecnica. Secondo voi, in linea generale, l’Italia sta puntando molto su questo aspetto oppure se ne parla solo quando ci sono contest internazionali?

Mario: “Quando la ricerca universitaria e questi tipi di tentativi di innovazione sono vicini alla realtà, sicuramente è molto più semplice convincere e coinvolgere l’opinione pubblica. La ricerca in Italia non vive un periodo florido, per quanto riguarda gli investimenti. Nonostante ciò, il Politecnico, per esempio, in rapporto a pubblicazioni su investimenti è molto alto, ed è fra i più alti al mondo. Il Politecnico è attento all’uguaglianza e all’equità. Il nostro messaggio è che l’utilizzo della tecnologia, oltre che garantire l’uguaglianza, permetta l’equità, che il viaggio sia lo stesso per tutti. Che non sia un dolore, ma che tutti possano avere lo stesso piacere e la stessa voglia di viaggiare”.

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Oggi come oggi l’opinione pubblica vede in maniera strana chi si laurea: figli di papà, radical chic e via discorrendo. Quando, in realtà, dalle università possono uscire progetti volti proprio all’opinione pubblica, che sensibilizzano sul campo sociale. Quant’è importante ricordare che l’università è un luogo dove nasce una spinta verso una migliore inclusione sociale?

V: “C’è una sorta di paura per l’ambiente universitario, visto come elitario. Sia io che Mario veniamo da realtà molto piccole, la maggior parte dei nostri amici sono persone che hanno comunque quest’opinione. Vedono questa realtà come qualcosa che non li comprende. Mentre io sono dell’idea che l’università è interna alla comunità, e dovrebbe essere quella punta di diamante di cui tutti dovrebbero essere orgogliosi. Credo che l’università sia un ambiente bellissimo, al quale tutti quanti dovrebbero partecipare. Dal mio punto di vista, l’Italia è molto attenta in questo. Ho molti amici in università che, magari avendo un reddito più basso, riescono a entrare in università, a pagarsi gli studi. Si può fare di meglio, quello è sicuro. L’università è un ambiente che ti dà qualcosa in più. Anche perché poi succede che, se vieni tagliato fuori da questo genere di ambiente, c’è il rischio di un inasprimento generale verso questo ambiente”.

T: “Credo che questo sentimento, magari anche un po’ ostile, verso l’università sia per il fatto che è visto come un semplice luogo dove svolgono le lezioni, si fanno gli esami e nulla di pratico. Noi ci terremo che, anche con questo nostro progetto, venisse fuori questo aspetto, che nell’università italiana c’è la possibilità di fare progetti, di mostrare idee, di fare qualcosa nel concreto. Caratteristica vista soprattutto nelle università estere, forse di meno in Italia. Ma abbiamo anche noi queste capacità”.

M: “L’università italiana sembra arretrata rispetto a tante altre, però secondo me è la più vicina al diritto dell’istruzione. Non dobbiamo dimenticarci che in America, per andare all’università, le famiglie devono indebitarsi. Lì chi può andare all’università è solo l’élite. Da noi, invece, ci sono delle università pubbliche che sono accessibili, in un certo senso. È più il giovane che dice ‘Meglio lavorare e avere i frutti subito, invece che continuare la fase della preparazione e poi avere i frutti del lavoro’. È una scelta che sta al singolo, quella di non intraprendere l’università. Però questo sistema è molto democratico, ne vado fiero”.

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In futuro, i sedili degli aerei per disabili saranno reperibili sul mercato?

T: “Quando abbiamo iniziato, ci sembrava una cosa molto lontana. Pensare di dover cambiare un sedile, portare una serie di cambiamenti abbastanza grandi, l’avrebbe resa un’idea poco fattibile, anche nell’immediato. Tuttavia, però, andando avanti nel progetto, abbiamo visto che, anche parlando con il personale dell’aeroporto, è un’idea che alla gente piace. Ci sono una serie di ostacoli che possono essere superati anche attraverso una certa partecipazione tra i settori, che renderebbe questa idea realizzabile anche nel giro di pochi anni. Noi speriamo che, con questo concorso, riusciamo ad avere visibilità internazionale, di portare avanti questo percorso che ormai abbiamo a cuore. Sogniamo che questo progetto venga realizzato”.

M: “In realtà per realizzare questo progetto la tecnologia è tutta a portata di mano. Quindi si potrebbe realizzare dall’oggi al domani. Per una completa implementazione, pensiamo che ci voglia un po’ di tempo. Perché, ad esempio, anche utilizzare un’applicazione oggi per una persona anziana, che ne avrebbe bisogno, è difficile. Ma ben presto sarà a portata di tutti. Perché ormai il telefonino è un’estensione del proprio corpo. La tecnologia già c’è, tra poco sarà pane quotidiano”.

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