Quello che le donne (con o senza disabilità) vogliono| 2° puntata

Da quando, nel 2016, ho dato vita a Sensuability mi sono successe molte cose, belle e meno belle. Ad esempio questa.

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Quello che le donne: la Sessualità

Alcune settimane prima della proiezione pubblica del mio corto il 2 dicembre 2017, ho mandato una serie di inviti a giornalisti con cui avevo lavorato nella mia precedente vita. Tra loro ce n’era uno in particolare a cui mandavo sempre i comunicati ma che raramente mi pubblicava. Immaginate la mia felicità quando invece ho ricevuto la sua risposta immediata! Purtroppo, mi spiegava, non sarebbe potuto essere presente, ma mi avrebbe incontrata volentieri per parlare del progetto.

In quel periodo ero molto impegnata e sono riuscita a liberarmi solo la settimana di Natale. Gli scrivo scusandomi per il mio silenzio. Curiosamente si offre di venire a casa mia per vedere il corto ma io, adducendo la scusa che i miei cani sono due pesti, lo dirotto in un posto pubblico. Va bene tutto, ma chi ti conosce eh?!

Alla fine ci mettiamo d’accordo per  il giovedì successivo e che lo avrei chiamato per comunicargli il luogo. La mattina dopo, mi scrive chiedendomi se fossi libera nel pomeriggio e mi dà un indirizzo che ho dato per scontato fosse la redazione del giornale. Alla mia domanda se ci fossero scale o altre barriere mi ha risposto “No No”. Tenete a mente questa risposta.

Il pomeriggio del 20 dicembre mi recai all’appuntamento, attraversando una Roma che durante il periodo natalizio è sfacciatamente bella. Ricordo che passai davanti a Spelacchio, l’albero (parola grossissima) di Natale scelto dall’amministrazione capitolina che era quasi commovente per quanto era brutto.

Arrivo all’indirizzo che mi aveva dato e mi viene a prendere giù al portone. Entro in un luogo che sembrava l’ingresso di un ufficio un po’ particolare e, entrando, mi dice: “Ci sono un po’ di scale ma se non ce la fai ti prendo in braccio io”.

Un po’ di scale… Era una rampa molto ripida che al confronto la Scala a Chiocciola dell’omonimo film sembrava una pedana. Mi ha sollevata da sotto le ascelle e mi ha portato su. Ero indecisa se sentirmi una bambina o un sacco di patate… In entrambi i casi, la mia dignità è rimasta in fondo alle scale.

Entro e con mia grande sorpresa, invece di trovarmi in un ufficio, mi trovo in un appartamento formato da un lungo corridoio stretto, da un lato la porta del bagno e un minuscolo angolo cottura e di fronte a me una stanza più ampia all’interno della quale era ben visibile un letto e nessun altro punto d’appoggio, un tavolo, una sedia, un attaccapanni dove appendermi, chessò…

Ho iniziato a sentirmi a disagio, mi ripetevo mentalmente “Ma dai Armi, stai esagerando”, mentre lui era in bagno ho mandato un whatsapp a una mia amica dicendole dove fossi. Ma come da copione, non c’era rete e il messaggio è rimasto in stand by.

Mi fermo nella specie di cucina dove c’era l’unico tavolo con sedie ma lui dice:

“No, andiamo di là siamo più comodi”.

“Scusa ma dove lo vediamo il corto?”.

“Sul letto”.

Ero sempre più a disagio, anche perché avevo bisogno di lui per scendere giù. Mi sono sentita un po’ in trappola. Già mi immaginavo la scena: io che scendevo le scale con il passo del giaguaro guadagnando eroicamente l’uscita e la libertà.

Si siede sul letto, mi dice che se voglio posso togliere le scarpe e sdraiarmi. Dico “No, grazie” e lui si sdraia. Rimango seduta al bordo del letto con la serenità di una molla pronta allo scatto e la scioltezza di Fantozzi quando si sedeva sulla famosa poltrona a sacco.

Ci vediamo il corto sul computer portatile e alla fine iniziamo a parlare. Allento un po’ le difese perché lui fa domande sul progetto, parla di un’eventuale collaborazione con il suo giornale e poi mi chiede della scena della camera da letto.

Gli spiego che in quella scena si mette in atto uno degli stereotipi più grandi rispetto alla sessualità e disabilità. Lui ascolta attentamente e poi, non so perché, dice la parola “sperimentare“. Io lo guardo e, con un’espressione sul viso della serie “Ma che stai a dì” chiedo “sperimentare?”, mi guarda, si slancia verso di me e mi bacia. Mentre mi bacia si slaccia i pantaloni.

Chiedo cosa stesse succedendo e lui mi risponde “sperimentiamo” e io, mantenendo un aplomb che neanche la regina Elisabetta quando Carlo le ha presentato Camilla, ribadisco con un sorriso:

“Non sono venuta qui per questo”.

“Ma come, non sei tu quella che parla di sessualità?.

“Sì ma non così”.

Lui si ritrae, si riallaccia i pantaloni e come se niente fosse ricominciamo a parlare di Sensuability. 

Provate ad immaginare soltanto con che animo io abbia ricominciato a parlare del progetto. Non avete idea di come mi sia sentita: piena di ideali ero andata a parlare del progetto della mia vita che, attraverso tutti i linguaggi artistici si pone l’obbiettivo di abbattere gli stereotipi e i pregiudizi sulla sessualità e la disabilità, di voler cambiare il mondo e invece mi ero ritrovata nella scena di una commedia di quart’ordine. Cominciava inoltre ad insinuarsi il sospetto che tutto questo fosse premeditato. In un’altra vita devo aver lavorato nella CIA… Non mi si può nascondere nulla.

Continuiamo a parlare e io mi rilasso di nuovo pensando che, dopo il mio rifiuto, non ci avrebbe riprovato. E invece sul più bello zac… Mi bacia di nuovo. Mi chiede di avvicinarmi, di sdraiarmi vicino a lui. Io rifiuto. Io che mi aspettavo una scena tipo “Ma che gelida manina me la lasci riscaldar”. Mi sono trovata di fronte uno che la mia manina la voleva mettere dove non batte il sole.

Mi chiede se mi può accarezzare e se voglio accarezzarlo. Nel frattempo si era di nuovo slacciato i pantaloni. Io dico con il sorriso di no. In quel momento era l’unica cosa da fare… Dimostrarmi tranquilla, non reagire incazzandomi perché ho pensato “Se si incazza questo mi fa male e io non posso scappare”.

Da che era seduto ad un certo punto fa una mossa per cui mi ritrovo io sdraiata sul letto con lui sopra che mi bacia. A quel punto il Signore, una Entità superiore o il grande Cocomero mi ha messo una mano in testa e, con tutta la forza che avevo, l’ho allontanato e mi sono alzata di scatto.

Lui si è riallacciato i pantaloni e si è alzato e poi ha ricominciato a parlare come se niente fosse. Ho detto che dovevo proprio andare e ovviamente il sacco di patate è stato riportato giù. Verso la libertà ma con la dignità intatta. 

Tornata a casa, ho riletto mille volte lo scambio di messaggi e nulla faceva presagire quello che aveva in mente o che io potessi avergli fatto capire cose strane. Ma soprattutto continuava a risuonarmi nelle orecchie quel “Ma come, non sei tu quella che parla di sessualità?“. Mi sono resa conto che il tema di cui mi occupo dà adito agli uomini di pensare che io sia una facile, una che la dà come se non fosse la sua… Che avete capito? La giuoia…maliziosi!

sessualità seconda puntata quello che le donne con o senza disabilità vogliono

Questo modo di pensare, questa mentalità ha a che vedere con l’idea di sessualità e il grado di libertà sessuale che ognuno ha dentro di sé. Se sei veramente libero, la libertà dell’altro non ti fa paura e non hai bisogno di ingabbiarla in stereotipi.

Un altro stereotipo è che se sei disabile non puoi dire di no, altrimenti quando ti ricapita! Devi essere contenta che qualcuno si accorga di te, anche se nel modo sbagliato… Eh no, non funziona proprio così. Scelgo io a chi darla, la giuoia di cui sopra.

Che poi, se mi avesse detto “Senti andiamoci a prendere un aperitivo” e in quella situazione avesse tentato un approccio, sarebbe stato tutto più chiaro e definito e io sarei stata libera di scegliere se accettare. Del resto, una botta non si rifiuta a nessuno. Oddio, a lui sì.

In una volta sola ho abbattuto due stereotipi. E ho avuto la conferma che Sensuability sta smuovendo le acque e le teste. Non serve che vi dica che dopo le tante promesse fatte durante l’incontro, non si è mosso nulla vero? Poveretto, non deve aver digerito un rifiuto, e da una disabile per giunta!

Se anche le disabili si rifiutano, che mondo lasceremo ai nostri figli? Ah signora mia… Non c’è più religione. Ma Pippo Baudo è sempre un gran professionista.

Leggi anche: Quello che le donne (con o senza disabilità) vogliono: “Sei proprio una bella persona” | 1° puntata

Armanda Salvucci
Armanda Salvucci
Laureata in Lingue e Letterature straniere europee, consegue un primo Master in Comunicazione di Impresa e Relazioni Pubbliche e un secondo in Project Management per le ONP e le ONG. Consulente e docente, per 9 anni, di fundraising presso la Scuola di Roma Fund-raising.it. Lunga è la sua esperienza nelle organizzazioni non profit. Come ideatrice del progetto Sensuability, affronta il tema sulla sessualità e la disabilità anche per Abilitychannel ed Heyoka, parlandone in modo ironico e leggero.

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