Disabilità visiva: cos’è e cosa dice la legge in Italia

Redazione:

Quando si parla di disabilità visiva, si scoperchia un vaso di Pandora fatto di una serie di disabilità che spesso vengono banalizzate tutte come cecità. Chi ha disturbi visivi non è necessariamente cieco. Questo è il modus operandi con cui spesso si parla di disabilità: parole poco indicate e approssimazione. La disabilità è una argomento vasto e necessita di un linguaggio consono e appropriato.

Bisogna superare certi stereotipi e avviare una narrazione dove la persona con disabilità è al centro in quanto persona e non in quanto disabile. La disabilità visiva può risultare una delle forme più invalidanti: in determinati casi, le persone cieche o ipovedenti hanno bisogno di un caregiver e dell’utilizzo di un bastone bianco, di occhiali neri e del cane guida per deambulare.

Si tratta di una condizione invalidante che inficia le attività lavorative e personali, e che si porta dietro una serie di luoghi comuni da abbattere e scardinare. Nell’immaginario collettivo, il falso invalido viene associato a una persona cieca o alla persona in carrozzina. Per fortuna l’aria è cambiata e adesso, complice la nascita di uno storytelling profondo sulla cultura della diversità, le persone con disabilità visiva sono tutelate e hanno più diritti rispetto a prima. 

Persone con disabilità visiva: quante sono nel mondo

Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, le persone con disabilità visiva nel mondo sono circa 285 milioni (il 4% della popolazione del pianeta). Di questi, circa 40 milioni sarebbero totalmente cieche pari allo 0,6% della stessa popolazione, mentre i restanti sono da considerarsi ipovedenti. In Italia le stime vengono fatte sulla base dei dati Inps, che calcolano il numero di persone aventi diritto a prestazioni assistenziali e pensionistiche

In Italia si stimano attualmente 900.000 persone con disabilità visiva, pari a circa il 1,5% della popolazione. Fra questi, 150.000 sono persone cieche e 750.000 ipovedenti. Questo dato è strettamente correlato ai progressi della scienza in termini di oftalmologia. Molte patologie che negli anni precedenti portavano alla disabilità, adesso si fermano a una condizione di ipovisione (perdita di capacità visiva).

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Disabilità visiva: cosa significa essere cieco

Le differenze tra cieco e ipovedente non sono sempre così chiare e in molti casi si tende a equiparare o a confondere le due condizioni. Sono entrambe delle disabilità visive che hanno ripercussioni importanti sulla capacità di compiere azioni e attività in modo autonomo. 

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), si parla di disabilità visiva in base a due fattori: l’ampiezza del campo visivo e l’acuità visiva o visus. Il campo visivo è definito come “la scena visibile dal soggetto con uno o con entrambi gli occhi, quando egli fissa un punto davanti a sé, a grande distanza, nel piano orizzontale”. Nei soggetti senza disabilità visiva, il campo copre un’ampiezza di circa 120° sul piano verticale e di circa 180° sul piano orizzontale. 

Per visus invece si intende “la capacità di distinguere ad una distanza data determinate forme oppure di discriminare due punti vicini tra loro”. La disabilità visiva quindi, sia che si tratti di ipovisione che di cecità completa, comporta alterazioni in questi due aspetti che caratterizzano la vista e che possono colpire un solo occhio o entrambi.

Chi è cieco secondo la legge in Italia

La Legge 138 del 3 aprile 2001 ha individuato i criteri per stabilire la presenza di un quadro di cecità, differenziando in:

  • Cecità totale: totale mancanza della vista in entrambi gli occhi o la sola percezione dell’ombra e della luce o del moto della mano in entrambi gli occhi o nell’occhio migliore, oppure residuo perimetrico binoculare inferiore al 3%;
  • Cecità parziale: residuo visivo inferiore a 1/20 in entrambi gli occhi o nell’occhio migliore, anche con la presenza di un’eventuale correzione, oppure residuo perimetrico binoculare inferiore al 10%

In generale, si inizia a soffrire di una condizione di cecità quando il residuo visivo non supera 1/20 o c’è una percezione del campo visivo binoculare inferiore al 10%. Di norma, le cause che portano alla cecità sono la cataratta e il glaucoma. Secondo l’OMS nel mondo ci sono 200 persone non vedenti ogni 100.000 abitanti. Questa stima riguarda principalmente i Paesi più industrializzati in cui è possibile fare statistiche: nei Paesi con economie emergenti o poco industrializzati infatti non è possibile reperire dati attendibili. 

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Disabilità visiva: cosa vuol dire essere ipovedente

Nel linguaggio medico, con ipovisione si intende una condizione di deficit dell’acuità visiva che nella maggior parte dei casi è causata da una lezione funzionale che comporta anche una ridotta percezione del campo visivo. L’ipovisione può essere temporanea, cronica o irreversibile.

Esistono diversi gradi di ipovisione, che sono strettamente correlate ai diritti di natura sociale previsti dalla legge. La vista infatti non è paragonabile a un piede slogato: è un danno che modifica in modo quasi irreversibile la vita di una persona, che vede compromessa parte della sua autonomia e potrebbe aver bisogno di sostegno anche dal punto di vista psicologico.

Chi è ipovedente secondo la Legge

La Legge 138 del 3 aprile 2001 in merito alla “Classificazione e quantificazione delle minorazioni visive e norme in materia di accertamenti oculistici” ha classificato l’ipovisione nei seguenti gradi di severità:

  • Grave: residuo visivo non superiore a 1/10 in entrambi gli occhi o nell’occhio migliore, anche con la presenza di un’eventuale correzione, oppure residuo perimetrico binoculare inferiore al 30%;
  • Medio-grave: residuo visivo non superiore a 2/10 in entrambi gli occhi o nell’occhio migliore, anche con la presenza di un’eventuale correzione, oppure un residuo perimetrico binoculare inferiore al 50%;
  • Lieve: residuo visivo non superiore ai 3/10 in entrambi gli occhi o nell’occhio migliore, anche con la presenza di un’eventuale correzione, oppure un residuo perimetrico binoculare inferiore al 60%.

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Diagnosi della disabilità visiva 

La diagnosi di queste due forme di disabilità visiva richiede l’intervento dell’oculista e dell’ortottista. Bisogna effettuare una visita oculistica completa per andare ad indagare i due aspetti che caratterizzano queste patologie. In seguito si effettuano esami ancora più approfonditi (come il PEV o la risonanza magnetica) per determinare l’entità del deficit presente e possibili soluzioni. 

Siamo di fronte a disabilità il più delle volte permanenti. Si torna raramente alla condizione precedente e la riabilitazione, nella maggior parte dei casi, è finalizzata all’utilizzo degli altri sensi e per incentivare la persona a sfruttare il residuo visivo in modo funzionale alle proprie abitudini. I danni agli occhi infatti sono spesso irreversibili. 

Per questo motivo, è necessario prendersi cura della vista fin da giovani con occhiali, gocce e integratori. Anche se gli strumenti e i progressi tecnologici consentono una buona qualità di vita, è meglio conservare bene la propria vista. Il Codice Braille è molto complicato da imparare in età adulta quando la plasticità cerebrale si riduce. Di conseguenza le persone con cecità assoluta o parziale si differenziano nei casi in cui la disabilità visiva sia congenita o acquisita. 

Angelo Dino Surano
Giornalista, addetto stampa e web copywriter con una passione particolare per le storie di successo. Esperto in scrittura vincente e comunicazione digitale, è innamorato della parola e delle sue innumerevoli sfaccettature dal 1983. La vita gli ha messo davanti sfide titaniche e lui ha risposto con le sue armi più potenti: resilienza e spirito di abnegazione. Secondo la sua forma mentis, il contenuto migliore è quello che deve ancora scrivere.

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