Medicina narrativa, l’interazione comunicativa tra paziente e medico

Parliamo di Medicina Narrativa. E lo facciamo con I miei quindici secondi, l’episodio numero 7 della terza stagione (2003-2004) di Scrubs. In questa puntata, i medici J.D. e Cox devono risolvere il caso di una donna finita nel loro ospedale per essere svenuta nel proprio appartamento. Alcune analisi di routine sveleranno la presenza di una sostanza pesticida nell’organismo della persona. Per cercare di svelare l’arcano, i due dedicheranno solo 15 secondi per ogni incontro con la paziente. “Può sembrare cinico, ma è tutto il tempo che ci serve”, dirà J.D.

Nonostante però i ‘numerosi’ 15 secondi, gli operatori sanitari risolveranno il bandolo della matassa solo all’ultimo momento, e per un colpo di fortuna: la donna aveva tentato il suicidio a seguito della rottura col fidanzato. La puntata si conclude con un elogio sul dedicare maggiore tempo alle persone e, nel caso specifico, ai pazienti.

Bene o male, in questo modo possiamo già intendere la definizione di Medicina Narrativa. Si tratta di una pratica di tipo clinico-assistenziale che vuole (ri)mettere l’interazione tra paziente e terapeuta al centro di una storia medica. Tuttavia, al di là delle produzioni artistiche, cosa significa esattamente Medicina Narrativa?

La definizione di Medicina Narrativa

Facciamoci aiutare in primis dalla Treccani. Con la locuzione Medicina Narrativa si identifica una “metodologia che stimola la narrazione, da parte del paziente, del proprio stato di malattia”. In tal senso, si può dare sollievo alla sofferenza creando “un rapporto di fiducia e comprensione tra malato e personale medico”, così anche da “capire il quadro patologico individuale“.

Dunque, non siamo di fronte a una vera e propria terapia medica, in quanto ha un carattere assistenzialistico. Una definizione ancora più approfondita, invece, è data dalla Società Italiana di Medicina Narrativa. Per quest’ultima, si definisce come “una metodologia d’intervento clinico-assistenziale basata su una specifica competenza comunicativa“. Perché però usare proprio la narrazione? “È lo strumento fondamentale per acquisire, comprendere e integrare i diversi punti di vista di quanti intervengono nella malattia e nel processo di cura”.

I benefici di questa tecnica sono presto detti: “La Medicina Narrativa (NBM) si integra con l’Evidence-Based Medicine (EBM) e, tenendo conto della pluralità delle prospettive, rende le decisioni clinico-assistenziali più complete, personalizzate, efficaci e appropriate“.

La persona prima del malato e del dottore

Da queste evidenze, dunque, possiamo asserire che al centro del dibattito sono riammessi il paziente e il dottore prima come persone. Per quanto riguarda il primo, serve maggiore predisposizione da parte dell’operatore sanitario a trattare diversamente il malato, evitando di osservarlo come una macchina da riparare, ma di saper ascoltare le sue emozioni e i suoi bisogni. Dall’altra parte, il paziente deve essere portato a osservare la figura medica non come un erogatore di prestazione, ma di interagire con la stessa in quanto persona dotata di una sua storia.

Medicina Narrativa

Lo scopo

Perciò, il fine ultimo della Medicina Narrativa è prestare maggiore attenzione al legame comunicativo tra medico e paziente. Lo strumento basilare è al narrazione, che permette di migliorare l’attuazione di una terapia adatta, consona ed efficiente per la persona. Tutto ciò è reso possibile grazie all’identificazione della struttura emozionale del paziente, in quanto lo stato di sofferenza deve essere trattato adeguatamente anche a livello empatico.

Un caso eclatante

Per comprendere meglio questa tecnica clinico-assistenziale, Repubblica ha raccolto una storia in cui non è stata applicata la Medicina Narrativa. Il medico Massimo Mammucari racconta la vicenda di un bambino di sei anni con intolleranza alimentare, i cui lamenti non sono stati minimamente ascoltati dalla sua pediatra.

“Il bambino era solo spaventato – dice Mammucari -, avrebbe voluto dire ‘piango perché ho tanto male di pancia e il dolore è più forte quando bevo il latte’, ma non gliene è stato dato il modo”. Da questo episodio, l’operatore sanitario ha potuto imparare un’importante lezione: “Quando sto per trarre la conclusione diagnostico-terapeutica chiedo sempre: ‘C’è altro che pensa valga la pena di discutere insieme?'”.