La danza del sole

Redazione:

Ricollegarsi al Cielo come un’aquila che vola verso il sole, unire la propria anima con qualcosa di trascendentale, in grado di decidere il destino degli uomini e del mondo intero: il Grande Spirito.

La danza del sole (in lingua originale Wi wanyang wacipi da wi, “sole”, wanyang, “guardare” e wacipi, “ballano”, quindi letteralmente “danza guardando il sole”) è uno dei più celebri, antichi ed importanti rituali praticati dalle tribù indiane del Nord America, in particolar modo del popolo Lakota.

Si tratta di una cerimonia di purificazione collettiva della durata di quattro giorni caratterizzata da digiuno, donazione di sé e autosacrificio che si svolgeva in genere nei mesi di giugno o luglio quando le tribù si incontravano in occasione della caccia al bufalo. Per rendere grazie all’anno trascorso e chiedere alle divinità prosperità e protezione per il nuovo anno, i danzatori si sottoponevano ad alcune pratiche di auto sacrificio che agli occhi dei missionari cristiani che per primi vi assistettero apparvero cruente e cariche di violenza, tanto che nel 1880 il governo canadese dichiarò «illegale» la pratica di tale rito, seguito dal governo federale degli Stati Uniti nel 1904. Fino al 1928 quindi gli indiani d’America furono costretti a praticare nel segreto più assoluto questa celebrazione che nulla aveva a che vedere con la violenza o con la brutalità; semplice devozione, auto-sacrificio, un ringraziamento a Madre Terra, un mezzo per ricollegare la propria anima alla Divinità e per purificarsi.

Attraverso la Danza del Sole, tornata legale sia in Canada che negli Stati Uniti, oggi i nativi cercano di riappropriarsi della propria identità, del proprio essere, della propria cultura.

Anche se tra una tribù e l’altra possono esserci delle variazioni, la Danza del Sole è costituita da alcune componenti che le conferiscono il carattere di unicità che la contraddistingue: danza, canto, digiuno, tamburi e auto-sacrificio. Inoltre, chi partecipa alla danza non solo deve prestare giuramento, ma deve possedere delle caratteristiche precise:

  • generosità (wachantognaka)
  • coraggio (woohitika)
  • forza d’animo (wowachintanka)
  • integrità morale e saggezza (woksape).

Il luogo dove si svolge il rito viene scelto di comune accordo tra le varie tribù, ma l’intera cerimonia non può celebrarsi se non sotto la guida dello sciamano.

Il giorno che precede l’inizio della cerimonia è il Giorno dell’Albero: gli uomini più autorevoli della tribù partono alla ricerca di un albero che deve fungere da asse centrale e la cui cima deve essere a forma di Y. Una volta trovato, l’albero viene ‘attaccato’ come se fosse un nemico umano, simulando una scena di guerra con tanto di armi e tagliato. Nella Y viene poi posto un fagotto con all’interno dei cespugli, della pelle di bisonte, del tabacco (come offerta) e dei ritagli di stoffa colorati che rappresentano le quattro direzioni geografiche, i quattro elementi e i quattro popoli del mondo. Prima che l’albero venga condotto sul luogo della cerimonia chi lo desidera può aggiungervi le proprie preghiere.

L’albero centrale rappresenta il punto mediano del mondo e la Y della sommità un nido di un’aquila, considerata dai nativi americani il volatile che più degli altri è in grado di avvicinarsi al Sole: una sorta di collegamento tra Terra e Cielo. E non solo. Secondo la cultura degli indiani d’America le piume dell’aquila posseggono un potere curativo tanto che lo sciamano del villaggio, dopo aver toccato l’albero sacro, le applica sul corpo del malato così da trasferirvi l’energia dell’Albero Solare.

Coloro che prendono parte al rituale a questo punto si presentano davanti allo sciamano per sottoporsi alla foratura del petto, una sorta di piercing che il saggio della tribù pratica sulla pelle del danzatore servendosi di un coltello affilato e che serve per rendere grazie alla Divinità ed alla Vita in ogni sua forma ed espressione. A questo punto nel foro viene infilato un pezzo d’osso di bisonte o una bacchetta di legno a sua volta fissata con una correggia di cuoio all’Albero Sacro (ogni correggia rappresenta un Raggio di Luce del Grande Spirito). I ballerini così iniziano a danzare fino al punto di riuscire a liberarsi lacerando la loro stessa carne; per il dolore, molti di loro cadono in uno stato di trance durante il quale, mentre sono medicati con della salvia, raccontano le loro visioni al Grande Sciamano, l’unico in grado di leggervi delle profezie.

Per tutta la durata della cerimonia i danzatori suonano un fischietto d’osso d’aquila o di bufalo che impedisce loro di urlare per il dolore mentre in mano portano dei rametti di salvia che li proteggono dagli spiriti maligni. Nel frattempo, per apportare nuova linfa vitale alla tribù, i giovani si appartano per accoppiarsi.

Alla base di questo rito risiede il concetto di autosacrificio, della donazione del sé e del proprio corpo per poter rinascere in un mondo in cui non esistono i fardelli tipici della corporeità, un mondo che va oltre i limiti conosciuti dall’essere umano, un mondo in cui l’uomo può sentirsi più vicino al proprio Dio.

Questo sacrificio trae le proprie origini dal primo dei potenti spiriti, Invan, creatore di Madre Terra alla quale trasmise i propri poteri donandole il proprio sangue che andò a costituire le acque del pianeta terra delimitando le terre emerse.

Contrariamente a quanto si può pensare, il piercing non rappresenta una prova di sopportazione del dolore o un atto compiuto per dimostrare qualcosa a qualcuno ma un dono che l’uomo fa alla Terra, il simbolo di un rapporto esclusivo tra uomo e mondo spirituale.

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