Abbiamo parlato di diritto allo sport con Giusy Versace

In occasione del Grand Prix FISPES, abbiamo incontrato Giusy Versace, atleta paralimpica e, attualmente, membro della commissione Affari Sociali di Montecitorio con delega alle Pari Opportunità e Disabilità. Solo qualche tempo fa, la parlamentare era emersa alle cronache per una sua nuova proposta di legge in favore del diritto allo sport degli atleti paralimpici. Così, vista la sua ampia esperienza, ci siamo fatti una chiacchierata in merito, partendo proprio dal suo lavoro politico.

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Il lavoro di Versace in difesa del diritto allo sport

Quest’anno si festeggiano i 1o anni dalla ratifica della Convenzione Onu 2006 sui diritti delle persone con disabilità. “È stata ratificata e fortemente voluta dall’Italia – sottolinea Giusy Versace -, ma è il paese che l’ha meno applicata. Una convenzione nella quale c’è il diritto allo sport, che però non riconosciamo”. Da qui, l’esigenza di nuove norme per migliorare le tutele dei diritti sopracitati. Come, appunto, l’impegno portato avanti dalla parlamentare di Forza Italia, ultimo in ordine di cronaca il pdl 1721. “Dopo 8 mesi di studi e approfondimenti – ci spiega -, ho presentato una proposta di legge con la quale chiedo l’equiparazione dello status degli atleti paralimpici in forza ai gruppi sportivi militari di polizia”. Di cui, ad esempio, possiamo citare le Fiamme gialle, Azzurre e Oro, che “hanno aperto le porte anche agli atleti paralimpici da un decina d’anni per via di un protocollo d’intesta del Comitato paralimpico“. Un protocollo che “sancisce certamente una collaborazione con i gruppi sportivi”, ma che oggi non equilibra il diritto allo sport degli atleti paralimpici ai quelli normodotati. Certo, ci sono una serie di servizi garantiti, come l’utilizzo delle strutture, il supporto dei tecnici e i rimborsi spese. Tuttavia, tolti “gli atleti che hanno portato medaglie dalle Paralimpiadi, gli altri non hanno praticamente niente”. A differenza dei normodotati, che invece, “per via di un concorso interno, sono regolarmente assunti, stipendiati per allenarsi, tutelati dal punto di vista assicurativo”.

Garantire tutela alla fine della carriera agonistica

C’è un altro nodo cruciale che l’onorevole affronta nel suo pdl. “Al termine della carriera agonistica, gli atleti paralimpici non hanno possibilità di scegliere se rimanere nell’organo oppure di riprendere servizio e mettere la firma. Sono 10 anni che si parla di equiparare il trattamento, ma la verità è che bisognava mettere mano alla norma che, comunque, pone il vincolo della sana e robusta costituzione. Con questa proposta di legge, chiedo non solo l’equiparazione dello status degli atleti attualmente in forza ai gruppi sportivi, ma anche di poter firmare a fine carriera e prendere servizio. È chiaro, in base alla disabilità. Però, insomma, io che ho perso le gambe posso avere questo limite fisico, ma non per questo ho perso la testa. Ci sono tanti ruoli amministravi che si possono ricoprire. La mia proposta di legge verte su questo: anche perché se tu stipendi un atleta, è chiaro che il livello si alza”.

La battaglia sul Nomenclatore

L’anno scorso, al suo terzo mese d’insediamento, Giusy Versace presentò una prima proposta di legge legata al diritto allo sport. Nel dettaglio, verteva sull’aggiornamento del Nomenclatore Tariffario Nazionale, tutt’ora in Commissione (informazione datata 9 giugno 2019). Tale Nomenclatore è incluso nei nuovi LEA e si tratta di “una specie di catalogo dentro il quale ci sono una lista di dispositivi che uno Stato copre o meno. Qui gli ausili sportivi non sono neanche menzionati. Non chiedo tanto l’inserimento degli ausili per attività agonistica, quanto quelli per le attività ludico-motoria e sportivo amatoriale. Mi piacerebbe che lo Stato riconoscesse il diritto allo sport per tutti. L’attività sportiva amatoriale è permessa a tutti tranne alle persone con una disabilità fisica, che hanno bisogno di un certo tipo di ausili che oggi lo Stato non passa”.

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Poca tutela per il diritto allo sport, il problema è culturale?

La questione della tutela del diritto allo sport è quanto mai legata a fattori sociali. Secondo un recente report dell’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, il diritto allo sport e al gioco per i bambini con disabilità è un’utopia. Come se a mancare fosse una cultura alla diversità. “Cultura è proprio la parola chiave. Siamo un po’ indietro in questo. Per fortuna, lo sport diventa la chiave di lettura per guardare alla disabilità come normalità, alle persone che vogliono andare oltre i limiti non come a degli sfigati. Lo sport permette di alzare l’asticella e accelerare anche l’inclusione sociale. Come dico sempre, sono entrata in Parlamento in punta di piedi, seppur in carbonio, e mi sono resa conto che tante cose non sono state fatte non tanto per cattiveria, quanto per pura ignoranza. Molti dei parlamentari che mi hanno preceduta, probabilmente, non avevano toccato con mano o non avevano possibilità tali per lottare, ad esempio, in favore dell’aggiornamento del Nomenclatore”.

L’importanza della parola equità

Nel discorso affrontato dalla parlamentare, a colpirci è la parola ‘equità’, un concetto che, in questi contesti, sarebbe da utilizzare più spesso rispetto a ‘uguaglianza’. “Così dovrebbe essere – risponde Versace -. È chiaro che ci sono dei casi specifici, non può essere tutto perfettamente uguale: chi vive con una disabilità, non può essere totalmente e completamente equiparato agli atleti normodotati. Però nell’ambito sportivo è necessario, a livello culturale, garantire le stesse opportunità a tutti. A maggior ragione per chi vive con una disabilità, che fa ancora più fatica, ad esempio, a entrare nel mondo del lavoro, per i tanti pregiudizi che ancora esistono. I gruppi sportivi possono diventare già un esempio da seguire”.

Riconoscere la disabilità per attuarne i diritti

Il filo del discorso è abbastanza logico, la pratica è alquanto complessa. Perché, di fatto, la disabilità esiste nella nostra società, su svariati fronti. Basti citare, ad esempio, Matteo Dell’Osso, politico con la SLA, ex M5S e ora in Forza Italia. Riconoscere il fatto che la disabilità non sia un tratto nascosto, aiuterebbe nella garanzia di tutela dei diritti. “Bisogna anche ricordare – precisa Versace – che disabili a volte non si nasce, lo si diventa per via di incidenti o malattie. Quindi non è sempre una patologia che trovi dalla nascita. Qui (ai Grand Prix FISPES, ndr) ne hai l’esempio. Non si può negare, ad esempio, a un uomo di 45/50 anni di avvicinarsi allo sport e di fare una pratica sportiva, anche dilettantistica”.

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Il ruolo attivo dello sport paralimpico

Un tratto spesso dimenticato è l’approccio psicologico dello sport nei confronti delle persone. “Le stesse Paralimpiadi nascono dall’intuizione di un medico tedesco, Ludwig Guttmann, che avviò la sporterapia, per la quale riabilitava allo sport i militari reduci dalla guerra mondiale con delle lesioni midollari o amputazioni. Li mise sulla carrozzina, li fece ‘giocare’ a basket con l’obiettivo di creare comunque un momento d’inclusione. Inoltre, si rese subito conto che l’utilizzo della carrozzina a livello agonistico migliorava l’uso del mezzo anche nella sua quotidianità. Io stessa l’ho provata sulla mia pelle. Avvicinandomi al mondo paralimpico, ho acquisito una dimestichezza maggiore anche nell’uso quotidiano delle protesi”.

Paralimpiadi in grande ascesa

Paralimpiadi che, comunque, stanno vivendo una stagione molto importante in termini di notorietà. “Già dopo i Giochi di Londra si è visto che il livello non è più approssimativo. Però dipende da quanto investi. L’allenamento è sacrificio, costanza, tenacia, impegno. Se tu fai l’impiegato, e non hai il tempo di poterti andare ad allenare, è chiaro che non puoi garantire lo stesso livello di quello che si allena tutti i giorni con dei ritmi seri. Adesso, per fortuna, molti si stanno dedicando di più allo sport, e mediaticamente se ne parla di più. È dovuto arrivare un sudafricano in Italia, Oscar Pistorius, per accendere i riflettori sul nostro mondo. Anche se prima di lui ci sono stati tanti italiani che hanno vinto brillantemente, che hanno portato lustro alla nostra nazione. Pensa, molti mi definivano la Pistorius italiana. Ancora oggi, la gente mi ferma e mi chiede se io corra con le gambe di Pistorius”.

La politica come mezzo per accendere i riflettori sullo sport

Un’etichetta che, inizialmente, era legata anche all’immaginario paralimpico, che gli atleti con disabilità fossero solo quelli con le gambe in carbonio. Concezione radicalmente cambiata visto che “le televisioni iniziano a mandare in onda le nostre gare e la gente viene anche molto più volentieri a vederle. Dopo di me, ci sono stati altri atleti che hanno fatto parlare delle Paralimpiadi: Martina Caironi, Alex Zanardi, Bebe Vio. Tutti nomi e volti noti che consentono di accentrare i riflettori. Questo è anche uno dei motivi per i quali mi sono prestata alla politica. Non che avessi questa grande ambizione, ma mi è stata lanciata una sfida. Vedo questa esperienza come un’opportunità di tenere i riflettori accesi su tematiche che altri non ritengono prioritarie. Perché in politica si fanno le leggi ed è da lì che parte il cambiamento, anche se non è facile. So di non avere la bacchetta magica, però quanto meno ci provo”.

Foto di Jay Ferreira