Le montagne russe

Da donna con disabilità, atleta paralimpica di successo, persona intraprendente e, non meno importante, sposa, figlia, sorella, amica, be’ forse voi vi immaginerete che la mia vita sia sempre di corsa, che magari non abbia nemmeno un attimo per me, per fermarmi e dare valore a quello che ho. Se così fosse, vi sbagliereste, perché la mia vita è sì una montagna russa, ma non solo per le acrobazie che faccio e le avventure che vivo, ebbene sì anche per quanto si alternino periodi esaltanti ad altrettanti noiosi e costrittivi. Ho deciso di parlarvene oggi per normalizzare la noia, per legittimare quella condizione in cui non si produce nulla, non si avanza (almeno in apparenza) e ci si sente forse anche un po’ giù, un po’ “blue”, come direbbero gli inglesi.

Per me che ho un’amputazione alla gamba, il mio umore e la mia capacità di esplorare il mondo sono certamente condizionati dalla possibilità di indossare la mia protesi da cammino, quella di tutti i giorni. Inoltre, anche la mia carriera, il mio lavoro, sono condizionati dalla possibilità di caricare peso sul moncone e correrci sopra. Insomma, quando per un motivo o per l’altro, questo non è possibile, il mio mondo si ferma. E non succede una volta sola, ma succede quando deve succedere, a volte senza preavviso. Quindi la mia abilità sta nell’adattarmi alla condizione di disabilità originaria e pazientare fin che non possa riprendermi l’”upgrade”, con tutte le conseguenze del caso. Ah, non vi dico poi quando c’è il dolore di mezzo, quanto cambi il mio umore: mi sento come una nuvola grigia sopra di me, che per quanto la cacci via lei ritorna, e insidia le mie giornate! Eppure, ragazzi, succede e non ci possiamo fare nulla; anzi, possiamo cercare il lato positivo. Quando, come in questo momento, son costretta, per la terza volta in un paio di mesi, a stare a casa, calma, senza allenarmi, senza protesi, senza stimoli convincenti, allora ecco che pian pianino esce la creatività che era prima soppressa dagli impegni. È paradossale, ma succede. Non sarà di certo comune questa sensazione di privazione di stimoli, visto che grazie agli smartphones e alle sue App siamo in continuo contatto con la realtà esterna. Per esempio, mi intrattiene molto scrollare i contenuti sui social, in particolare Instagram, ma diventa ad un certo punto frustrante essere a conoscenza di eventi a cui non posso partecipare o di vite felici mentre io mi sento incastrata in queste mura, guardando i monti da lontano. Argh! Allora mollo tutto e mi dedico alla cura delle mie piante, con tanto di travasi e pasticci, come una bambina. Poi, respiro, programmo la prossima salita in cima alla giostra e dal basso guardo quello che è stato e quello che sarà. Non è male lasciar sedimentare le emozioni e preparare il terreno per le successive, come un maggese (questa parola l’ho imparata da una canzone di Cesare Cremonini, eh si, mio idolo adolescenziale).

Martina Caironi – Archivio FISPES – Foto A. Bizzi

Non mi dimentico di certo che la mia vita è una di quelle felici, solo che non serve mostrare sempre tutto, sia nel bene che nel male. È logico che si trovino più video e foto di persone felici rispetto a quelle tristi, perché la noia non è così attraente. Ma ricordiamoci che quello che vediamo è proprio parziale, proprio come i momenti bui che ognuno di noi deve attraversare. Sono passeggeri, se lo vogliamo. Possono tornare, che fastidio, certo che possono tornare. Ogni volta saremo però più pronti ad affrontarli e sempre più preparati a superarli.

Il mio augurio per questo anno nuovo è che possiate trovare una profonda connessione con voi stessi, chissà forse grazie agli incontri natalizi che risvegliano il passato, forse invece grazie proprio alla noia, al camino caldo, al dolce far nulla.

E che il 2024 sia nuovo e bello carico di energia!

Martina Caironi
La vita a 18 anni le ha fatto cambiare idea e prospettive in seguito all'amputazione della gamba sinistra. E’ diventata un’atleta paralimpica che ha scritto alcune delle più belle pagine dell’atletica leggera salendo, per l’Italia, sul gradino più alto del podio. E’ componente del consiglio internazionale degli atleti dell’IPC, ha girato il mondo, imparato lingue ma soprattutto è messaggera di positività ed inclusione. Per lei non si deve parlare di disabilità ma di abilità, di quello che le persone possono, devono fare, avendo ben presente gli obiettivi da raggiungere.

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