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Meglio disabili che no vax? Parla Riccardo Pirrone, autore della campagna

La campagna di Parent Project aps su disabili e no vax ha creato scalpore e divisione. Abbiamo intervistato l'autore, Riccardo Pirrone

La notizia degli ultimi giorni è la campagna dell’associazione Parent Project aps coordinata e promossa da Riccardo Pirrone, uno dei più affermati social media manager a livello nazionale. Per i pochi che non lo conoscono, è quello che ha curato le campagne di Taffo e rivoluzionato (forse per sempre) la comunicazione delle agenzie funerarie.

La campagna è forte: dietro l’immagine dei ragazzi affetti dalla distrofia muscolare di Duchenne e Becker, compaiono claim d’impatto come Potevo nascere no vax, Potevo nascere omofobo, Potevo nascere terrapiattista. Il messaggio è forte e potente, non c’è dubbio. Noi non vogliamo entrare nel merito della campagna e pensiamo che nessuno possa raccontarla meglio di Riccardo Pirrone, che l’ha ideata e portata avanti in prima persona con l’associazione.

La persona con disabilità è prima di tutto una persona, con tutte le contraddizioni del caso: una persona con disabilità non è un angelo caduto dal cielo a priori, ma può essere cattiva, str***a e tossica, come tutte le persone di questo modo. E può essere anche no-vax, terrapiattista o complottista. La tua campagna non rischia di far passare lo stereotipo che prima enfatizza la disabilità e poi la persona, presupponendo che la disabilità sia una condizione che permette una persona di non essere, ad esempio, no vax?

“Sono contento di poter spiegare questo passaggio, a mio parere fondamentale. Sono stati i ragazzi stessi a decidere la frase da abbinare al loro volto. Non sono state le famiglie, non sono stato io. Sono stati i ragazzi a scegliere volontariamente il testo da associare alla loro immagine. Non sono immagini stock e frasi copiate in modo massivo. Sono disabili reali che hanno deciso in modo spontaneo di fare proprio un claim piuttosto che un altro. Penso sia naturale che esistano anche disabili arrivisti, disabili cattivi o no vax. La mia campagna non mette in discussione questo assunto. Quando siamo andati a fare le foto, i ragazzi hanno visto le frasi proposte e se le sono anche combattute.”

La comunicazione pubblicitaria sulla disabilità è spesso complicata, perché le reazioni delle persone sono spesso negative, in parte c’è accusa di speculazione umana. Dove sta il problema, nel pubblico o in chi fa comunicazione?

“Il problema è che mi sono infilato mani e piedi nel calderone mediatico, social e giornali in primis. Sfruttando l’onda mediatica dei no vax, sono riuscito a far parlare di disabilità. Non ho mai invitato le persone a vaccinarsi, allo stesso modo non ho mai detto il contrario. Ho solo fotografato la realtà: ragazzi con la distrofia di Duchenne e Becker che ammettono di preferire la loro disabilità al fatto di essere omofobi, no-vax o terrapiattisti. La vera discriminazione forse è quella di impedire a un disabile di esprimere un’opinione. 

Perché questi ragazzi non dovrebbero metterci la loro faccia dietro un pensiero che hanno fatto loro? Io che sono considerato ‘normale’ posso dire ‘sono contento di non essere terapiattista’ mentre un disabile con la distrofia muscolare no e se parla, significa che qualcuno sta speculando su di lui? 

Io ho visto delle persone no vax fingere di stare dalla parte dei sostenitori del vaccino solo per criticare la campagna, sono andato su diversi profili e ho visto commenti contraddittori e senza filo logico. Persone che hanno commentato come vaccinate e poi sui profili personali postano contenuti no vax a ripetizione. Avevamo previsto una reazione impetuosa a questa campagna, ma non avremmo mai immaginato di dover fare i conti con cattiverie gratuite, insulti e minacce di ogni genere.” 

Tu ci insegni (con Taffo in primis) che una comunicazione forte stimola sempre reazioni forti. Certo, c’è una bella differenza tra un commento e una minaccia. 

“Il messaggio che volevamo mandare è: ‘Il disabile non ha scelto di essere disabile. Tu invece hai scelto di essere ignorante’. Certo, avremmo potuto scriverlo così e probabilmente non si sarebbe sollevato questo polverone mediatico: ma siamo sicuri che avrebbe ottenuto lo stesso effetto? Secondo me no.

Prima di questa campagna, la distrofia di Duchenne e Becker era una delle centinaia di malattie rare che esistono al mondo, adesso si è creata interazione. Non è il modo più politically correct? Va benissimo, ma è il mio. O meglio, il nostro visto che abbiamo lavorato con i ragazzi e con le famiglie di Parent Project aps.

A qualcuno è piaciuta la campagna, a qualcuno meno: nulla di così diverso dalle altre campagne che ci sono sul web. Noi non critichiamo le persone a cui non piace, sono liberi di esprimere civilmente il loro pensiero. Se però decidi di venire sotto il profilo e di cominciare a insultare tutti, allora è un altro discorso.”

I mondi dell’arte di Howard Saul Becker raccontavano che essere parte di una società significa rispettare i canoni artistici e culturali convenzionali. A tuo avviso la comunicazione con disabilità deve lottare con una situazione in cui è considerata non-convenzionale?

“Secondo me bisogna partire da un assunto: alcuni sono pronti ad una comunicazione nuova sulla disabilità, altri no. Alcuni sono recettivi e sanno di cosa di cosa si sta parlando, altri non sanno neanche cosa vuol dire essere disabile. La campagna è volutamente divisiva e intercetta i diversi ceti sociali e il relativo grado di cultura: c’è chi l’ha giudicata giusta e corretta e chi l’ha trovata inappropriata.

Ogni reazione di fronte a questa campagna è lecita, a me capita spesso di confrontarmi con i commenti più disparati. Basta vedere quello che è successo con una delle mie campagne di maggior successo: Taffo. C’è chi l’ha trovata geniale, chi l’ha trovata fuori luogo e volgare. Mi sono fatto la corazza su queste cose e sono pronto a gestire gli effetti del mio tipo di comunicazione. Quello che trovo eccessivo sono le minacce di morte in privato, che per la mia incolumità dovrò per forza denunciare. C’è differenza tra un’opinione e una minaccia.”

Pur sapendo che solleverai un polverone, mantieni inalterato il tuo modo di comunicare. Ci puoi spiegare cosa ti spinge a scegliere di percorrere questa strada?

“Scelgo di essere me stesso. In questo caso tra l’altro, catalizzo l’odio per fare del bene e con un fine positivo. L’obiettivo è far conoscere l’associazione e la malattia. Ieri per esempio abbiamo fatto una diretta Instagram con Valentina Tomirotti, un’attivista disabile che ha voluto mettere il suo volto per far conoscere la malattia. Per me conta questo.

Oltre a questa campagna, ne abbiamo in mente altre due e le faremo uscire più avanti. Questa è senza dubbio la più virale, le altre lo sono un po’ meno. Insomma, vado avanti per la mia strada conscio di non poter piacere a tutti e consapevole che a volte, per ottenere dei risultati reali e misurabili, bisogna uscire dal recinto del convenzionale per ricercare messaggi capaci di arrivare dritto al punto in modo efficace.”

Intervista a cura di Angelo Dino Surano, con la collaborazione di Angelo Andrea Vegliante

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Ultima modifica: 18/11/2021

Angelo Dino Surano

Giornalista, addetto stampa e web copywriter con una passione particolare per le storie di successo. Esperto in scrittura vincente e comunicazione digitale, è innamorato della parola e delle sue innumerevoli sfaccettature dal 1983. La vita gli ha messo davanti sfide titaniche e lui ha risposto con le sue armi più potenti: resilienza e spirito di abnegazione. Secondo la sua forma mentis, il contenuto migliore è quello che deve ancora scrivere.