News

Ma è vero che i giovani non vogliono proprio lavorare?

I giovani non vogliono lavorare. Una constatazione che, ormai, sembra essere condivisa dalla nostra società. Ma cosa dicono le statistiche?

I giovani non vogliono lavorare. Tutti noi, almeno una volta, ci siamo imbattuti in questa affermazione. È questa la constatazione che – ormai da troppo tempo – sembra essere condivisa dalla nostra società. Non è raro che imprenditori, professionisti, dirigenti non perdano occasione per sottolineare la poca propensione dei più giovani alla fatica, alla dedizione e alla forza di volontà.

I giovani non vogliono lavorare, un pensiero radicato

Un po’ come un mito radicato nella tradizione di un popolo che si tramanda di generazione in generazione, oggi questa convinzione riecheggia nei discorsi di tutti i giorni, nelle prime pagine dei giornali, nei profili social di – praticamente – tutti.

Poca voglia di fare ed essere. Di questo vengono macchiati i giovani. Nei rari casi in cui si intravede un’ombra di ambizione, questa è troppo debole per essere portata avanti. La Generazione Z è quindi troppo annoiata ed impegnata a pensare al futuro per potersi dar da fare e mettersi in gioco, provando a costruirselo, quel futuro.

La convinzione secondo la quale i più giovani sarebbero poco propensi al lavoro ha condotto, negli anni, ad una serie di ricerche ed analisi i cui risultati invitano a porsi degli interrogativi.

E se è plausibile sostenere che il fatto che i giovani non abbiano voglia di lavorare possa essere o non essere condiviso, i dati che emergono da queste ricerche sono piuttosto oggettivi e lasciano poco spazio al “beneficio del dubbio”.

I giovani e il lavoro in Italia: qualche dato

L’analisi condotta dall’Inapp (Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche) dimostra una bassa tutela contrattuale per chi lavora in Italia: secondo i risultati riportati alla fine del 2021 e inseriti in “Una ripresa… a tempo parziale”, la ripresa dell’occupazione era data dai contratti part time o dal lavoro “involontario”, in pratica “non richiesto cioè dal lavoratore o dalla lavoratrice per esigenze previste dalla legge, ma proposto come condizione contrattuale di accesso al lavoro dalle imprese”. Ecco qualche dato, per poter “visualizzare” quanto riportato:

  • Su 3.322.634 contratti attivati (2.006.617 a uomini e 1.316.017 a donne), il 35,7% sono part time;
  • il 49,6% delle nuove assunzioni di donne è a tempo parziale, contro il 26,6% degli uomini;

Nello stesso anno, Eurostat ha analizzato il tasso di occupazione giovanile. A luglio 2021, la disoccupazione giovanile per gli under 25 è diminuita rispetto all’anno precedente (27,7% contro il 31.9% del luglio 2020), configurandosi come una delle peggiori in Europa (dopo Spagna e Grecia).

Alla luce di questi dati, è ora possibile affermare che in Italia è piuttosto complesso per i giovani crearsi un proprio futuro, date le basse tutele e garanzie – in termini occupazionali – offerte.

Leggi anche: NEET: cosa sono e cosa sta avvenendo in Europa e in Italia

Fonte: https://www.angeloandreavegliante.com/2022/04/26/i-giovani-non-vogliono-lavorare/

I giovani hanno ormai il dito puntato perché sembrerebbe che non abbiano più voglia di fare i camerieri, i cuochi, gli operai, gli artigiani, i commessi, gli scaffalisti e chi più ne ha più ne metta. Il rapporto Eures, però, sembra smentire tale convinzione. I risultati, infatti, dimostrano che fra gli under 35 è maggiormente diffuso il lavoro precario (nel 67% dei casi) e con retribuzioni più basse della media, meno di mille euro al mese per circa il 40% del campione. 

Secondo il rapporto del think tank britannico Resolution Foundation, se la generazione X (1966 -1980) ha raggiunto i 30 anni con un reddito più alto del 30% rispetto ai baby boomers (1946-1965), per le generazioni successive il trend è totalmente invertito. Gli under 35 sono più poveri dei predecessori in media in ogni Paese Europeo. E in Italia questo gap è ancora più evidente.

Un approfondimento deve essere rivolto alla questione remunerativa. I dati dell’Osservatorio Inps e degli open data Inps del 2020 testimoniano che un lavoratore dipendente privato tra i 25 e i 29 anni nel 2020 ha guadagnato in media 14.400 euro lordi, quindi 1.200 euro lordi al mese (nel 2019 erano 15.600). Uno stipendio che arriva a 17.900 annuali tra i 30 e i 34 anni (contro i 19.300 del 2019).

I ventenni guadagnano circa 9.300 euro lordi all’anno, mentre i cinquantacinquenni 27.900. Inoltre, le donne guadagnano in media 7mila euro l’anno in meno e sono più soggette al part time involontario. 

Nello specifico, gli under 40 sono maggiormente soggetti a contratti brevi e discontinui: nell’anno del lockdown, hanno lavorato solamente 30 settimane su 52, contro le 42 dei cinquantenni.

Secondo il rapporto Inps aggiornato a dicembre 2021, le settimane lavorate sono scese in media da 42,9 a 40,2 per persona con conseguente diminuzione del reddito medio annuo da 23.114 a 21.720 euro. Per i dipendenti pubblici il calo è stato lievissimo, da 33.660 a 33.173 euro, e gli amministratori di società guidano la classifica restando abbondantemente sopra i 48mila euro, mentre i dipendenti privati nell’anno della pandemia hanno visto i loro introiti scendere da 22.790 euro a 21.500. 

Leggi anche: Depressione giovanile: cos’è, sintomi, cause e cura

Fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/01/03/lavoro-e-stipendi-per-i-25enni-meno-di-15mila-euro-lordi-allanno-la-meta-rispetto-agli-over-55-tra-uomini-e-donne-fino-a-11mila-euro-di-gap/6440032/

Un tuffo nel passato

Ai fini informativi e formativi, è utile citare un interessante esperimento “social” condotto a tal proposito dal ricercatore Paul Fairie nell’estate 2022, quando pubblicò un lungo thread su Twitter raccontando “la breve storia del nessuno vuole più lavorare” attraverso gli screenshot di vecchi articoli giornalistici pubblicati dalla stampa anglosassone.

Curiosi di sapere il risultato? Già più di 60 anni fa i quotidiani accusavano le giovani generazioni di non aver alcuna predisposizione al duro lavoro, giovani generazioni delle quali fanno parte i nostri nonni, i nostri zii, i nostri genitori.

L’8 settembre 1959, La Stampa pubblica un articolo intitolato “Pochi giovani vogliono apprendere l’oscura e raffinata arte del cuoco”, una vera e propria critica nei confronti dei giovani che, in ambito alberghiero, preferivano essere barman o i portieri d’albergo mentre gli aspiranti cuochi erano una minoranza.

Il 4 novembre 1978 La Stampa pone un interrogativo: “Perché molti giovani rispondono negativamente alle offerte di lavoro dell’Ufficio di collocamento?”. “A Roma ci sono quasi 63 mila giovani senza occupazione: eppure di fronte a 296 posti messi a disposizione dal Comune hanno risposto soltanto in 67”, invitando a riflettere sui motivi dei rifiuti: non è una questione di mancanza di voglia di lavorare, il problema sono le condizioni proposte.

Nel maggio del 1980, la cronista Lidia Ravera afferma: “Giovani, belli e mendicanti. I nuovi miserabili che al lavoro preferiscono l’elemosina”. “Rifiutano i sacrifici, restringono i consumi, si avvolgono in un malinteso egocentrismo”.

Nel 1983 ecco l’articolo “La fabbrica dei giovani disoccupati” come accesa critica contro i giovani da parte degli imprenditori che sostengono: “Adagiarsi nella routine è uno del difetti del nostro Paese: i giovani che hanno trovato un posto vogliono essere certi che a una certa ora si va a casa, che il weekend è sempre e comunque sacro e inviolabile”.

Queste testimonianze che vengono dal secolo scorso ci permettono di comprendere come la considerazione dei giovani lavoratori sia, in realtà, pressocché la stessa di quello attuale. Un’accusa costante ai più giovani che, a quanto pare, non riconoscerebbero né rispetterebbero il valore del lavoro, dell’indipendenza e del sacrificio, nonostante i dati parlino piuttosto chiaro: oggi il lavoro non garantisce piena autonomia ai giovani.

Leggi anche: Ansia da lavoro: che cos’è, come riconoscerla e come affrontarla

Ultima modifica: 11/09/2023

Annalisa Bencivenni

Dottoressa magistrale in organizzazione e marketing per la comunicazione d’impresa presso l’università degli studi di Roma “La Sapienza”. Da sempre appassionata di comunicazione, marketing e scrittura fa parte della redazione di Abilitychannel come copywriter.