I disabili e il diritto a una vita indipendente

TRE MILIONI DI EURO PER FINANZIARE 40 PROGETTI

Vivere come gli altri, liberi di scegliere il proprio destino e di prendere autonomamente decisioni in linea con i propri bisogni e desideri. Il diritto delle persone con disabilità a una vita indipendente è riconosciuto dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti della persone con disabilità, ratificata dal nostro Paese nel 2009, oltre che da una legge dello Stato, la n.162 del 1998. Con decreto del 31 ottobre la “Direzione generale per l’inclusione e le politiche sociali” del Ministero del Lavoro ha emanato Linee guida per le Regioni che intendono sperimentare modelli di intervento in materia di «vita indipendente e inclusione nella società delle persone con disabilità». Le proposte vanno presentate entro il 2 dicembre. I fondi per il 2013 ammontano a 3,2 milioni di euro e serviranno a finanziare 40 proposte di adesione riferite ad ambiti territoriali (stabiliti in base alla popolazione regionale residente): per ciascuna di esse l’importo finanziabile non può superare gli 80mila euro. La Regione deve garantire il co-finanziamento per una quota non inferiore al 20% del totale.

PROGRAMMA D’AZIONE

«Le recenti linee guida sono uno strumento amministrativo per dare attuazione a leggi che già esistono e costituiscono la “cornice” della vita indipendente – afferma l’avvocato Angelo Marra, esperto di disability studies -. Il documento richiama il “Programma d’Azione biennale per la promozione dei diritti e l’integrazione delle persone con disabilità”, discusso a luglio a Bologna in occasione della Conferenza nazionale sulle politiche per la disabilità, poi approvato a settembre dal Consiglio dei ministri, infine adottato lo scorso ottobre con decreto del Presidente della Repubblica (in corso di registrazione presso la Corte dei Conti, ndr)». Tra le sette linee di azione del Programma, infatti, ce n’è una dedicata a politiche, servizi e modelli organizzativi per la vita indipendente e l’inclusione nella società delle persone con disabilità. Ora alle Regioni viene proposta la sperimentazione di interventi innovativi in materia di vita indipendente previsti dal Programma d’Azione, come favorire da un lato il processo di deistituzionalizzazione, dall’altro lo sviluppo di progetti di “abitare in autonomia” che coinvolgano piccoli gruppi di persone; supporto alla domiciliarità e alla residenzialità: in particolare le persone con disabilità devono poter scegliere, come gli altri, il proprio luogo di residenza e dove e con chi vivere.

DIFFERENZE TRA REGIONI

In base alle indicazioni contenute nella legge 162, le Regioni hanno già sperimentato nel corso degli anni progetti volti all’assistenza indiretta, all’incentivazione della domiciliarità e, sebbene in modo residuale, al supporto a percorsi di autonomia personale. Ma, si ricorda nel Documento della Direzione generale per l’inclusione e le politiche sociali, sono emerse «criticità» e si sono determinate «sensibili differenze tra le Regioni, talvolta accentuate dalla difficoltà di mantenere le buone prassi attivate nel corso degli anni a causa delle riduzioni dei finanziamenti dei fondi sociali degli ultimi anni». C’è poi una «sperequazione nella spesa sociale, che va da 304 euro pro capite nella Provincia autonoma di Trento a 26 euro nella Regione Calabria, con il Sud – l’area territoriale più povera e quindi con bisogni maggiori – che spende in media circa un terzo del Nord». Le Linee guida, quindi, s’inseriscono in questo contesto con l’obiettivo di raggiungere un’omogeneità a livello nazionale, pur nel rispetto dell’autonomia organizzativo-programmatoria degli enti locali.

REGIONI PRONTE?

«Indicano un percorso da seguire ma presentano alcuni punti critici – commenta l’avvocato Marra -. Innanzitutto, i progetti durano 12 mesi, ma la vita indipendente non può essere “a tempo”. Per poterla sperimentare davvero, servono più risorse: quelle messe a disposizione sono poche e la loro allocazione, poi, è un po’ imprecisa perché s’identificano gli ambiti territoriali finanziabili ma in realtà i progetti di vita indipendente sono individuali. Inoltre – continua Marra – non esistono in tutte le Regioni gli uffici per la vita indipendente che hanno il compito di dare supporto alla progettazione individualizzata. Nel documento si afferma poi che le sperimentazioni sono subordinate alla disponibilità delle risorse finanziarie, un problema soprattutto per le Regioni con piani di rientro in cui si tende a ridurre molti servizi per far fronte al buco nero in sanità. Di sicuro, però – conclude il giurista – un progetto di vita indipendente, oltre ad essere a misura d’uomo, porterebbe più salute alla persona interessata e comporterebbe anche un risparmio rispetto all’istituzionalizzazione e al ricovero».

 

Ultima modifica: 08/03/2020

Redazione - Ability Channel

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