Canottaggio e autismo, comunicare attraverso lo sport

E’ una donna concreta e pragmatica, è torinese, ha studiato Architettura For All in particolare per l’abbattimento delle barriere architettoniche. E’ stata prima atleta e poi allenatore della Canottieri Armida di Torino.
Cristina Ansaldi, tecnico della Federazione Italiana di Canottaggio, segue numerosi atleti con disabilità intellettive e relazionali e si dedica soprattutto ai ragazzi autistici che ottengono dei grandissimi benefici dalla terapia in barca. 

“Una dozzina di anni fa – racconta Cristina Ansaldi – parlando con il Presidente della mia società sportiva sono riuscita a vincere una scommessa decisamente di grande cambiamento, di grande rottura: far entrare un gruppo di una cooperativa sociale diurna dove erano accolti ragazzi con disabilità intellettiva.”

“Il percorso svolto in questi 10-15 anni di attività ha preso piede soprattutto su quella che è la disabilità intellettiva nello specifico con le persone, dai bambini agli adulti, con tratti dello spettro autistico.

Un modo diverso di comunicare

“Un grande aiuto ed un aspetto importante è stato il fatto che il canottaggio, sfruttando l’imbarcazione con timoniere, permette di portare a bordo un terapista, il loro educatore…Questo ci ha permesso di entrare in contatto con ognuno di loro trovando un canale di comunicazione preferenziale.”

“Un percorso iniziato uno – a uno, fino ad arrivare a piccoli gruppi e poi addirittura a fare un equipaggio da otto. Il canottaggio ha dimostrato di essere un fantastico mezzo per esprimere le caratteristiche di ognuno, la capacità di fare squadra non per forza attraverso la comunicazione verbale ma ad esempio attraverso la comunicazione per immagini, attraverso l’uso di filmati e fotografie, un tipo di comunicazione che ha dato un confronto ai ragazzi che non usano la comunicazione verbale come comunicazione principale facendoli sentire parte di una squadra, di dare il loro contributo e di crescere soprattutto in una chiave di autonomia.”

Una chiave di gioia ed autonomia

“Questi ragazzi cominciando a venire prima con i terapisti e con i genitori hanno poi cominciato a riunirsi in gruppetti tra di loro e a venire da amici in canottieri, trovarsi dopo gli allenamenti per mangiarsi un gelato… Il canottaggio quindi per loro è diventato una chiave di autonomia non soltanto come pratica del canottaggio e quindi di crescita dell’autostima e dell’auto-consapevolezza, ma anche nell’instaurare rapporti interpersonali, di autonomia negli spostamenti e di capacità di comunicare anche al di fuori di quella che è l’abitudine familiare.”

“E’ difficile spiegare con una frase che cosa mi abbia dato questo percorso fino ad ora. La cosa più grande è la capacità di adattamento che mi hanno insegnato questi ragazzi, ai quali era dato in partenza come target “non riusciranno mai ad adattarsi a quello che non è prevedibile…E invece noi siamo riusciti a perdere un aereo ad Amsterdam passando una notte sulle panchine dell’aeroporto con ragazzi autistici che non avevano mai passato una notte fuori casa, fuori dalla loro famiglia…La possibilità, la capacità di questi ragazzi e la gioia di superare i propri limiti è la cosa più grande che questa esperienza mi abbia dato.”