“Elena nella cidade maravilhosa” – Giorno 8 – Viva l’Italia

zanardi02Mi sveglio stordita e confusa, il mix “quattro ore di sonno e feijoada” prima di andare a letto non è stata un’idea brillante e, quando me ne rendo conto, è ormai troppo tardi. Sono le sei di mattina e non ho ancora digerito, ma non c’è tempo per questo. Quella che mi aspetta è una lunga giornata ricca di emozioni; dobbiamo andare.

L’immagine visibile del vento

vittorio-podesta-01L’immagine visibile del vento: questo è quello che posso dire di aver visto questa mattina. Il vento per la prima volta si è concretizzato davanti a me, ha preso forma, è diventato reale. Mentre gli atleti azzurri sfrecciano sulla pista i miei occhi riescono a fatica a distinguerli e, spaesati, non sanno bene in che direzione guardare. Prima Giancarlo Masini, poi Alex Zanardi, e poi ancora Vittorio Podestà, Luca Mazzone e Francesca Porcellato. Ognuno di loro oggi ha lasciato il segno dando il meglio di sé, ognuno di loro oggi mi ha fatto battere il cuore all’impazzata senza nemmeno darmi il tempo di riprendere fiato. Una medaglia dopo l’altra, una vittoria dopo l’altra, un orgoglio senza fine. Tre ori e due bronzi, cinque momenti indimenticabili di gloria ed immense soddisfazioni.
E poi, quando hai avuto il privilegio di conoscere questi atleti formidabili, ti rendi conto di quanto vederli salire sul podio significhi per te, di quanto quelle medaglie ti facciano sentire importante solo per il fatto di sapere chi è ad indossarle. Che bello vederli così felici e sorridenti in uno degli attimi più importanti della loro vita, quello in cui per pochi secondi lasciano spazio alle emozioni trattenute, ai respiri sospesi, alla tensione nello stomaco.

zanardi04Alex Zanardi, il campione paralimpico per definizione, sale sul podio sostenuto da un’ovazione collettiva. Tutti sappiamo chi abbiamo di fronte, chi è ad indossare quella maglia, a ricevere quell’oro, a possedere la pista in un modo che solo lui sa fare. Un uomo che racchiude in sé l’ispirazione di migliaia di persone, un simbolo di dedizione, coraggio, umiltà, determinazione. Lui che è nato per lo sport, che dai kart è arrivato alla Formula 1, un atleta che nel 2001 a Lausitz, dopo l’incidente di cui tutto il mondo è a conoscenza, ha deciso di rinascere atleta, perché questa è la vita che ama indossare. Lui che è un uomo di fama internazionale ma con i piedi per terra, lui che a quasi 50 anni aggiunge ad una lunga lista l’ennesima vittoria, lui che oggi sale sul podio e piange di felicità, senza nascondersi. Lui che è rimasto se stesso, sempre. E’ lui, Alex Zanardi.

Penso alle parole che potrei aggiungere e a quelle che invece sarebbe meglio evitare, così da non risultare banali. Poi penso all’unica cosa che in questo giorno conta davvero; la potenza ed il privilegio di poter dire: “Io c’ero”.

Time Out

Li seguo, li ammiro e condivido i loro risultati con il mondo che li acclama soddisfatto, ma mentre faccio tutto questo il mio malessere prende di nuovo il sopravvento chiudendomi in una morsa stretta, dalla presa forte. Mi sento debole e spossata, a stento riesco a stare in piedi; ho bisogno di rifocillarmi per qualche minuto e dare al mio fisico il tempo di riprendersi. Per fortuna il “mio angelo custode” Serginho è pronto per venire a salvarmi, e non appena lo chiamo mi viene incontro. Mi racconta di non essere andato a casa perché sentiva di non doversi allontanare, e grazie a questa sua premura in poco tempo sono di nuovo in albergo.
Mentre andiamo mi racconta delle infinite proprietà che possiede l’acqua di cocco e così, si offre di andare al chiosco a prendermene uno. Mi rifocillo velocemente, metto di nuovo lo zaino in spalla e via, si va. Direzione Sambodromo.

Una freccia d’argento

simonelliSono davanti all’ingresso dei media dove ad accogliermi ci sono due ragazzi gentili e sorridenti ai quali chiedo subito indicazioni. Trovare la postazione non è semplice, ma dopo aver domandato a tutti i volontari incontrati sulla mia strada, aver salito e sceso diverse rampe di scale e saltato all’interno di qualche cerchio di fuoco, finalmente ci sono.
Gli arcieri sono sulle linee di tiro, il pubblico a gran voce sugli spalti ed i fotografi pronti a scattare. Il motivo principale per cui sono qui oggi si chiama Alberto Simonelli detto “Rolly”. E’ da questa mattina che gareggia, ed il suo talento ha fatto sì che nel pomeriggio arrivasse ai quarti di finale. Giusto in tempo. C’è ancora della strada da percorrere, ma sento che Rolly porterà a casa una medaglia questa sera, ed io sono qui per vederglielo fare. Trovo la postazione ideale, proprio di fronte al suo sguardo ma senza farmi notare; non voglio in alcun modo distogliere la sua attenzione dalla gara.
In testa calza il solito berretto, il suo viso ospita un leggero ghigno che, al momento della scoccata, lascia spazio ad uno sguardo profondo e mirato. Dalla t-shirt a mezze maniche i tatuaggi prendono vita, la sua storia raccontata da immagini incise sulla pelle.
L’obiettivo è fare centro, l’obiettivo è fare dieci, l’obiettivo è far mangiare della polvere agli avversari.
Attraverso il grande arco di ferro a forma di sedere (d’altronde in Brasile cosa potevo aspettarmi?!?) che sovrasta il campo, riesco a vedere il tabellone con i punteggi che mi permette di seguire attentamente la competizione, punto dopo punto. Rolly avanza sicuro vincendo ogni set, il suo tiro è preciso e pulito, sono quasi tutti dieci che lo portano alla finale: il duello decisivo è per la medaglia d’oro.

simonelli 02All’inizio dell’ultimo set, che lo vede contrapporsi ad un americano, il silenzio si posa sulle nostre labbra. L’avversario sembra iniziare a rilento rispetto a lui ma gli tiene testa, sin da subito. Rolly fa un respiro profondo, guarda prima il suo allenatore e poi davanti a sé, abbassa le spalle. Impugna il suo compound, posiziona la freccia, chiude un occhio per focalizzare l’obiettivo e tende l’arco. Aspetta ancora qualche secondo, pochi attimi che sembrano secoli. C’è solo qualche punto di differenza tra i due sfidanti, ma basta un istante di distrazione per far avanzare l’altro, non ci sono margini di errore.
E’ l’ultimo match, quello in cui ci si gioca il tutto per tutto ed in cui ogni movimento è come scolpito, fermo nel tempo. Il penultimo lancio di Rolly non è perfetto, non è un dieci, e questo lo penalizza; c’è da sperare che anche l’altro faccia lo stesso errore.
Shelby mantiene la mente fredda e l’impugnatura salda, totalizza 10/10 gli ultimi tre lanci ed è campione paralimpico. Rolly lo guarda e sorride, si abbracciano, sono due grandi sportivi. E tutti abbiamo qualcosa di importante da festeggiare.

Il Sambodromo festeggia, esulta, e non è il solo. La favela è lì a guardarci e con le sue migliaia di luci ci saluta, condividendo con noi attimi di gioia.

Oggi ho visto l’Italia vera, quella dei grandi personaggi e della voglia di far bene, quella dell’impegno, della fatica e del merito. Questo il paese che vorrei vedere ogni giorno sentendomi fiera nell’appartenergli, questo è il paese che mi sento di ringraziare.

Un Italia che non muore e che non ha paura.
L’Italia…viva.