Stop di Pfizer alla ricerca contro Alzheimer e Parkinson

stop ricerca alzheimerMentre c’è chi lotta senza tregua contro Alzheimer e Parkinson, chi si impegna quotidianamente nella ricerca di una cura o di un vaccino contro importanti patologie degenerative come queste, c’è chi getta la spugna, chi si arrende, chi dice ‘basta’.

Dopo la Merck anche Pfizer, il più grande colosso farmaceutico del mondo, ha deciso di rinunciare alla ricerca di farmaci per il trattamento di Alzheimer e Parkinson perché “gli ingenti investimenti effettuati non hanno portato ai risultati attesi nei tempi previsti”. In sostanza, per il momento, il gioco non vale la candela.

Nell’ultimo decennio infatti i test condotti su farmaci sperimentali elaborati per rallentare la progressione di queste malattie hanno ripetutamente fornito dati insoddisfacenti, che hanno deluso le aspettative e le previsioni iniziali. Un momento di sconforto è comprensibile, umano, dopo anni di lavoro senza ottenere risultati positivi. Ma arrivare a rinunciare del tutto, a lasciar perdere, a smettere di crederci è un’altra storia. Una decisione simile ha un peso importante, significa molto. Una decisione simile non ha soltanto una ricaduta negativa a livello scientifico, comporta anche il licenziamento di 300 ricercatori, coloro che in questi anni hanno dedicato la propria vita alla ricerca di una cura per delle patologie che sono tutt’altro che invisibili (soltanto la demenza colpisce decine di milioni di persone nel mondo) e che d’ora in avanti dovranno arrendersi al fatto che, alla fine, non ne vale la pena. E non solo. Una decisione simile, se non adeguatamente contestualizzata, analizzata ed osservata sotto molteplici punti di vista, può determinare qualcosa di veramente devastante e pauroso: far perdere la speranza e gettare nello sconforto tutte quelle persone che con la malattia ci fanno i conti nel quotidiano. Non solo chi la vive direttamente sulla propria pelle ma anche chi ogni giorno si prende cura di un familiare, i caregiver, le associazioni e tutte le altre realtà attive nel settore.

Voglio sperare che si tratti di un periodo di transizione, un momento di stallo in cui c’è bisogno di riorganizzare le idee, capire quale rotta prendere, analizzare il percorso fatto finora per cercare di comprendere cosa si possa migliorare, cambiare, ripetere. Fatto sta che al momento le intenzioni della società farmaceutica sono quelle di indirizzare verso altri settori di ricerca le proprie risorse, senza però venir meno all’impegno contro le patologie neurodegenerative e nello sviluppo di farmaci anti-dolore.

Attenzione però a non fare di tutta l’erba un fascio: il passo indietro della Pfizer non rispecchia di certo gli intenti dell’intero mondo farmaceutico per il futuro dei sistemi sanitari mondiali che non possono certo rimanere indifferenti di fronte al forte impatto che la demenza ha nel mondo. Non a caso lo scorso maggio a Ginevra l’OMS ha deciso di adottare il Piano Globale di Azione sulla Risposta di Salute Pubblica alla Demenza 2017-2025 con l’intento di invitare i governi a impegnarsi per una maggiore consapevolezza su demenza, riduzione del rischio, diagnosi e assistenza, supporto ai familiari e ricerca.

I trattamenti terapeutici attualmente impiegati sono in grado di determinare un piccolo miglioramento della sintomatologia ed alcuni possono parzialmente rallentarne il decorso e la progressione, ma per il morbo di Alzheimer così come per il Parkinson non sono ancora stati individuati farmaci in grado di arrestarne o invertirne il decorso. Vi sono però diverse multinazionali che, anche a livello clinico, stanno studiando e sviluppando nuove molecole: la maggioranza delle sperimentazioni è incentrata sul ruolo del Betamiloide e della proteina Tau, con farmaci che mirano a bloccarne la produzione e l’accumulo (la patogenesi del morbo di Alzheimer sarebbe infatti associata alla presenza di placche amiloidi e ammassi neurofibrillari nel cervello, anche se la causa di questa degenerazione non è ancora nota).

La speranza ora ruota attorno a due studi su una pillola studiata da Eli Lilly e da AstraZeneca, i cui risultati dovrebbero essere resi noti ad agosto. Gli studi di un altro farmaco di Eisai e Biogen seguiranno l’anno successivo, mentre gli esiti della ricerca su un farmaco sperimentale di Johnson & Johnson e Shionogi sono previsti nel 2023. Non prima del 2019 dovrebbe essere pronto anche lo studio di Biogen stavolta su un farmaco anticorpo.

In Italia, come riportato dal Sole 24 Ore, è al via il progetto Interceptor, coordinato dal professor Paolo Maria Rossini, neurologo del Policlinico Gemelli Università Cattolica Sacro cuore di Roma, che ha l’obiettivo di individuare un modello di screening della popolazione a rischio di sviluppo della malattia, in modo da poter utilizzare al meglio i nuovi farmaci in arrivo.

E allora credo sia giusto difendere tutto. Il diritto di provare e quello di sbagliare, riprovare ancora, cambiare e sbagliare di nuovo. Ma soprattutto, credo sia giusto difendere il diritto di non arrendersi, di continuare a lottare, il diritto di sperare. Sperare in un domani migliore.

 

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