“Elena nella cidade maravilhosa” – Giorno 9 – Momenti di cuore, momenti di gloria

Favela 01Posso sentire ancora le loro voci nella mia testa, vedere davanti a me quegli occhi così intensi e profondi, le loro piccole mani curiose. Mi vedo in mezzo a quei bambini e penso agli abbracci che mi hanno regalato, alla loro voglia di conoscere ed imparare, all’allegria che li contraddistingue sempre, nonostante tutto. Ricordo i loro nomi, la gratitudine che mostrano per un niente, la soddisfazione che danno nel vederli mangiare un piatto di pasta al pomodoro. 
Senza dubbio uno degli attimi più belli della mia vita. 

Un posto senza tempo

Favela 02La nostra macchina segue quella di una delle guide che ci sta scortando all’ingresso di Maré, il complesso di favelas più grande di Rio de Janeiro.

Ciò che forse non tutti sanno è che il termine “favela“, con cui si usa indicare le baraccopoli di Rio, ha alle proprie spalle delle origini antiche. Alla fine del 1800 infatti, terminata la guerra di Canudos, alcuni rifugiati ed ex soldati non più pagati dal governo (che non diede loro nemmeno delle abitazioni in cui vivere), furono costretti ad occupare un terreno collinare libero. Vista la crescita prosperosa nella zona della pianta di favela, i soldati scelsero di chiamare il Morro da Providência (questo il nome originario della collina) Morro da Favela.
Con il tempo, la maggior parte della popolazione povera si trasferì a vivere lì, divenendo il gruppo etnico principale.

Un poliziotto ci ferma per accertarsi della nostra identità e poi ci lascia passare con una domanda che ci ammutolisce: “Cosa siete venuti a fare qui? Non c’è niente di bello da vedere, ve ne accorgerete“.
Quella che stiamo andando a visitare è la favela in assoluto più pericolosa ci dicono, un luogo dove la droga, almeno fino a poco tempo fa, era l’unica fonte di guadagno e dove i bambini, spesso, girano armati.
Ad accompagnarci sono alcuni ragazzi di una parrocchia che fanno parte di un progetto meraviglioso di cui si vedono già i frutti: quello di salvare i bambini dalla strada grazie allo sport.
dsc_1839In una palestra all’aperto infatti, diversi istruttori si occupano di coinvolgerli in lezioni di judo e jūjitsu così da tenerli impegnati facendoli crescere. Sono tantissimi (forse quasi un centinaio) e di tutte le età. Tra loro c’è anche un bambino disabile, nato senza braccia e senza gambe. Corrono da una parte all’altra divertiti rispettando però, con molta attenzione, le direttive dei propri insegnanti. Ci guardano con gli stessi occhi stupiti con cui li guardiamo noi ma senza alcuna differenza, anzi. Hanno voglia di sapere il nostro nome e da dove veniamo, chiedono di farsi una foto insieme in modo che, il nostro incontro, diventi eterno.
Adele vuole che le insegni a contare fino a dieci in italiano, mi domanda la traduzione di alcune parole, cerca un contatto. Mi sento fortunata, importante, piena di gioia, riempita.

Favela 04E mentre Chef Rubio è ai fornelli noi, scortati dal capo dell’associazione che gestisce la favela, facciamo un breve giro all’esterno. E’ evidente che il tour che hanno deciso di farci fare sia mirato alla zona meglio conservata del luogo, quella che, nella nostra realtà, corrisponderebbe a una Piazza del Popolo, per intenderci. Le persone camminano per la strada piano, quasi come se non volessero far rumore. Sembra di essere in un posto senza tempo dove tutto, lentamente, scivola sullo sfondo. Alcuni ragazzi passano su delle vecchie biciclette a torso nudo, dei bambini improvvisano una partita di calcio sotto un porticato mentre il vecchio campo di gioco è diventato un deposito di oggetti dimenticati contornati da un bordo di rifiuti.
Un pullmino sulla destra è adibito a mini market, una piccola bottega ha all’ingresso un foglio di carta con la scritta “bar”. Ma ciò che più mi stupisce è che la gente del posto sembra essere felice, conduce una vita alla quale si è abituata e di cui non sembra soffrire. I bambini dicono di essere contenti di vivere qui, perché è la loro casa, una casa piena di amici.

Favela 05Mi lascio travolgere dal fascino che in questo luogo si racchiude, un piccolo grande mondo che ci ha accolti a braccia aperte. Ci stringiamo in un lungo abbraccio che ha un inaspettato sapore di nostalgia, i miei biglietti da visita vengono richiesti dai piccoli con un desiderio commovente perché, dicono, “vogliono poterci chiamare, una volta tornati a casa”. Saluto Adele, poi Sara, poi un bimbo che non la smette di fare il mio nome regalandomi sorrisi.
Salgo in macchina e continuo a voltarmi per portarmi dietro quei piccoli occhi scuri il più a lungo possibile.

Una staffetta d’oro

Vittorio Podestàstaffetta, Luca Mazzone, Alex Zanardi. Questa il team italiano che sta per prendere parte alla staffetta, questo il motivo per cui, anche oggi, dopo un’intensa mattinata ricca di forti emozioni, mi ritrovo a Pontal. E’ una gara di precisione, di perfetta coordinazione, di squadra. E loro una squadra lo sono senza alcun dubbio.
Puntano al gradino più alto del podio, ognuno di loro ha fame di un altro oro, questa volta però da consumare insieme. Si alternano ad ogni giro, ognuno ne deve compiere tre, per un totale di nove. Parte Vittorio Podestà e subito guadagna la giusta “distanza di sicurezza”, quel vantaggio che serve a ricordare agli avversari che qui si fa sul serio. E non si ha intenzione di cedere nemmeno di un millimetro. Finisce il giro, arriva alla zona di cambio e parte Mazzone, immediatamente. Le sue braccia si muovono ad un ritmo regolare e sostenuto, continuano a spingere Luca avanti, lontano. Ancora pochi metri, c’è Zanardi pronto a partire. Sulla sua handbike, alla quale si dedica ogni volta che ha tempo, sfreccia sicuro puntando la meta, forte e determinato come sempre.
Avanzano gli azzurri, sempre in testa, sempre conducendo la fila. Ci spostiamo da una parte all’altra per osservarli da varie angolazioni, senza perderci alcun passaggio. Siamo all’ultimo giro, noi all’arrivo ad aspettarli, loro che stanno già assaporando questa immensa vittoria. Ed eccolo lì Alex, ma il suo sorriso arriva prima di lui, che poi lo segue avanzando su una ruota sola. In un attimo ci sono tutti, centinaia di persone tutte intorno che vogliono immortalare questo momento, infiniti suoni che si confondono tra di loro. Il CT Mario Valentini sale sulla bicicletta di Zanardi sventolando la bandiera tricolore e godendosi con i suoi ragazzi i frutti del duro lavoro che ha preceduto questo momento, il momento in cui l’Italia è salita ancora sul gradino più alto del podio, il momento in cui gli azzurri hanno vinto la nona medaglia d’oro.

staffetta-03Mi sposto lateralmente, lascio il campo ai fotografi professionisti “in lotta” tra loro per ottenere lo scatto più bello. Osservo la scena dall’esterno, voglio gustarmi ogni piccolo particolare.

E’ importante lavorare assaporando il gusto di ciò che fai. Il sacrificio passa inosservato se fai le cose con slancio ed entusiasmo.”
(Alex Zanardi).