“Elena nella cidade maravilhosa” – Giorno 6 – A girl from Copacabana

copacabana-01E’ lunga chilometri, la sua sabbia è bianca e finissima, l’acqua del mare è inaspettatamente tiepida. Ogni giorno è così gentile da ospitare migliaia di persone, compresi noi che oggi siamo qui per vedere le finali del triathon. Si respira euforia nell’aria, è la prima volta che questa disciplina sportiva viene portata alle Paralimpiadi, ed onestamente non avrebbe potuto esordire in un posto più bello. La passeggiata che la costeggia è ricca di alberghi, bar, ristoranti, ed il marciapiede ha un motivo tipico ad onde che si increspano su entrambi i lati del quartiere. 
Oggi doveva piovere ed invece c’è il sole. E Copacabana risplende.

Emozioni salate

ferrarinHo avuto la fortuna di conoscere i ragazzi del triathlon qualche mese fa a Livigno, un posto magnifico a migliaia di chilometri da casa, praticamente al confine con la Svizzera. Con il pullmino di Ability ci siamo arrampicati su per l’Italia fino ad incontrare le montagne, il freddo e un po’ di pioggia in pieno agosto. Ma tutto intorno era così bello che quel paesaggio indossava bene anche il grigio.
Michele Ferrarin, Giovanni Achenza e Gianni Sasso erano a Livigno per prepararsi al meglio in vista di Rio 2016, noi per conoscerli. In poco tempo siamo riusciti a rompere il ghiaccio, spinti dalla curiosità e dalla simpatia. Eravamo rimasti che ci saremmo visti a Rio de Janeiro in occasione della loro gara, volevo esserci. Ed ora sono qui.

sassoI primi a partire sono Michele e Gianni, a Giovanni toccherà un’ora più tardi. Lo spazio che i fotografi hanno a disposizione è molto stretto, ma noi riusciamo a piazzarci proprio di fronte alle biciclette azzurre che gli atleti potranno raggiungere solo al termine della gara di nuoto. Li vedo partire in mare aperto e poi sparire, circondati dalle onde e dalle imbarcazioni della sicurezza. Rimango di vedetta fin quando, in mezzo a tanti, non li riconosco: Michele è il primo che vedo arrivare, seguito qualche minuto più tardi da Gianni. Si dirigono rapidi alla zona di cambio dove si tolgono la muta, posizionano il casco e montano in sella alla bicicletta: inizia il secondo round. Ci spostiamo rapidamente così da poterli immortalare all’arrivo, vogliamo catturare la loro espressione al momento del traguardo. Ecco Michele, lo vedo da lontano. Corri Michele, corri! Ancora pochi metri e quella medaglia sarà tua. Taglia il traguardo e si tinge d’argento, un argento dal peso così importante che le gambe gli cedono e Michele si butta a terra, vinto dalla fatica e dalla felicità. Alza le braccia al cielo e guarda noi, il suo pubblico, che ci lasciamo andare in un fragoroso applauso. Felicità.

achenzaE’ il momento di Giovanni ora, un momento importante. Sfreccia con la sua handbike accanto a noi, un giro dopo l’altro, senza cedere mai. Il suo viso è rosso paonazzo e la pelle lucida mentre le sue mani pedalano disegnando infiniti cerchi. Quando taglia il traguardo in terza posizione è incredulo, deve fermarsi per realizzare e, quando lo fa, esplode in un urlo liberatorio, sbattendo i pugni sul petto. Che privilegio esser lì a guardarli eccellere, poterli applaudire, fare il tifo per loro. Dai balconi dei palazzi sporge un pubblico curioso, tutto intorno è festa e colore.
C’è anche Gianni a sostenerli quando i ragazzi salgono sul podio, siamo tutti uniti in un unico grande plauso.

Il campione paralimpico

achenza 01Dopo aver consumato il nostro solito cheesburger in un baretto trovato miracolosamente all’angolo di una strada (la fame è tanta ed il tempo poco) ci dirigiamo verso la fermata del bus. Ed è qui che incontro Giovanni, di ritorno dal podio. Ci abbracciamo, sono felice di avergli potuto dire quanto orgoglio c’era negli occhi di chi, come me, era lì a guardarlo. Le persone intorno, quando si accorgono della sua presenza, si affollano per chiedere di avere una foto insieme a lui. E’ felice Giovanni, ed chi è in fila a farsi avanti. E’ lui che vogliono, un grande campione paralimpico.

Quando ci rendiamo conto che il bus che stiamo aspettando non arriverà mai decidiamo di unirci a Ronaldo, un ragazzo brasiliano che lavora per il Comitato Paralimpico locale. Anche lui come noi deve andare allo Stadio Olimpico e per farlo ci propone di usare Uber, un’applicazione che ci permette di trovare rapidamente un passaggio. Bruno, l’autista, in pochi minuti è lì, pronto ad accompagnarci. Martina, stiamo arrivando!

Nata per eccellere

martinaMi sveglio di soprassalto non appena arriviamo a destinazione, mi catapulto fuori dalla macchina e mentre ancora dormo mi accorgo di camminare di nuovo sotto il sole. Non ho i neuroni abbastanza attivi per fare domande, quindi mi limito a camminare. Lungo il tragitto si unisce a noi un gruppo di malesiani disperati perché non sanno dove andare. Hanno chiesto già ai volontari ma nessuno ha saputo aiutarli, considerando che in molti non parlano nemmeno inglese. Mentre cammino penso che mi bruciano le braccia, la mia pelle bianco latte ha risentito di questa giornata assolata. Ecco, finalmente i cancelli dello stadio sono davanti a noi; è il momento di salutare il nostro amico Rolando, la fossa dei leoni ci attende.

Imbocchiamo uno dei tanti corridoi che conducono alle piattaforme dei fotografi e mentre avanziamo mi accorgo che le urla che provengono dall’alto sono impressionanti, sembra quasi di essere in un’arena che sta per ospitare il combattimento di due grandi guerrieri. C’è atmosfera di antica Roma, di sfide importanti.

dsc_7239Siamo qui per Martina che stasera è impegnata nel salto in lungo della sua categoria. Sono qui per vederla vincere, ancora una volta, e non vedo l’ora che dimostri ancora una volta al mondo intero di cosa è capace.
E’ il primo salto, lei sorride alle telecamere che la inquadrano e saluta baciando il suo portafortuna. Si prepara e si scalda, concentrata solo sui movimenti che deve compiere. Sono 4,54 m, la distanza più lunga dopo quella della tedesca Vanessa Low.
Saltella sul posto e slancia le gambe, è il momento del secondo salto. Guarda prima a terra e poi davanti a sé, mentre gli addetti le preparano la pista di atterraggio livellando la sabbia. Si lancia Martina, la sua forza esplode verso l’alto e lo stadio impazzisce. Tutti sanno che è un’atleta con la A maiuscola, e nonostante non stia gareggiando in territorio italiano il calore del pubblico non manca. Continua la gara, lei è sempre seconda, per le altre atlete non ci sono possibilità di superarla: Martina è Martina.

Si prepara ancora una volta a saltare, con le mani si da’ dei colpetti sulla gamba, chiede al pubblico di sostenerla battendo le mani. Piede destro in avanti, inizia a correre; trattiene il fiato, stacca e vola, aprendo il petto al cielo. Sono 4,60 m, il suo record personale, la sua medaglia d’argento.

Mi accorgo di avere gli occhi umidi mentre guardo i suoi genitori chiamarla dagli spalti, vogliono ricordarle ancora una volta quanto siano orgogliosi di lei, una figlia che è diventata l’esempio ed il coraggio di centinaia di persone. Corre con la bandiera sulle spalle, corre felice con l’Italia intera sulle spalle, ad abbracciarla.

Altro che superamento di limiti, qui si tratta semplicemente di una cosa: essere nati per eccellere.