“Elena nella cidade maravilhosa” – Giorno 3 – Bem-vindo ao Rio 2016

What would you think if I sang out of tune
Would you stand up and walk out on me
Lend me your ears and I’ll sing you a song
And I’ll try not to sing out of key

Oh, I get by with a little help from my friends
Mm, I get high with a little help from my friends
Mm, gonna try with a little help from my friends.

Baia GuanabaraUna colonna sonora che ci accompagna in questo viaggio, perché non c’è avventura degna di nota che non ne possieda una. I Beatles, il più grande gruppo rock mai esistito che ha segnato la storia della musica a livello planetario, risuonano nelle casse della Spin guidata dal nostro amico Sergio (detto Serginho) che si dirige sicura scalando le strade più ripide ed impervie, risalendo la montagna. Siamo circondati da una vera e propria foresta, la vegetazione rigogliosa e fertile si mostra ai nostri occhi senza paura, indicandoci il cammino. Una lunga salita per raggiungere colui che dall’alto veglia e protegge questa città. Il Cristo Redentor. 

Il gigante di pietra

CristoSono le sue spalle la prima cosa che riesco a scorgere, le sue immense spalle che si allungano su delle braccia imponenti, avvolgenti, perfette. Una sensazione di calma mi pervade, mi sento al sicuro, protetta da tutte le crudeltà del mondo, dalla falsità delle persone, dalla giustizia incoerente che sembra regnare su questa città. Dall’alto del Corcovado, a picco sulla città e sulla Baia di Guanabara, a più di 700 m sul livello del mare.

Lui che da lassù ci guarda con quegli occhi così profondi da sembrare neri, la testa leggermente inclinata verso il basso per osservarci meglio, con più attenzione. Sembra quasi che da un momento all’altro possa compiere un passo o allungare una mano verso di me. Faccio qualche giro intorno a lui, la sua imponenza mi sovrasta mentre un’ondata di consapevolezza mi pervade. Siamo così piccoli noi umani, così piccoli e fugaci, storie di un secondo. Noi passiamo e lui resta, eternamente vivo.

Un gigante di pietra che possiede un cuore, l’unica parte del monumento, rivestita di pietra ollare, proiettata al suo interno. E verso quel cuore la gente prega, con le mani appoggiate sul marmo bollente, forse per sentirsi più vicina al suo calore. Un rifugio dall’opacità di tutti i giorni, un momento di conforto, una carica di coraggio, una carezza che per qualche secondo lava la sensazione di solitudine ed impotenza di dosso.
Semplicemente un attimo di pace.

Il tempio profano

MaracanaScendo le scale senza riuscire a dargli le spalle, come se avessi la sensazione che facendolo gli mancassi di rispetto. Il tempo sembra essere contro di noi in questi giorni, dobbiamo andare.

Le strade sono gremite di persone che portano in alto bandiere, che indossano magliette colorate con il nome del proprio paese, che marciano unite verso l’ingresso del Maracanã: la Cerimonia di apertura delle Paralimpiadi di Rio 2016 sta per iniziare.
Un cielo di ferro grigio chiaro ricopre le nostre teste, uno sfondo che richiama i colori della favela che, alla nostra sinistra, continua a vivere apparentemente docile, noncurante della nostra presenza.

Il suo nome è un tributo al fiume che scorre nel quartiere omonimo nonché ad una specie di pappagalli tipici della zona.

Inizialmente timido, l’ara maracana è un pappagallo giocherellone e molto amichevole, con un carattere che però bisogna saper gestire. A dispetto delle sue piccole dimensioni, il maracana richiede un padrone esperto e gentile e spazi grandi per potersi muovere e volare libero.”

Cerimonia 04E’ qui che Pelé ha realizzato l’ennesimo gol al 34′ dell’incontro fra il suo Santos e il Vasco da Gama nel lontano novembre 1969. E’ in questo stadio che le imprese di centinaia di campioni di fama internazionale hanno preso vita e sono state celebrate, da Zico a Roberto Dinamite, da Roberto Rivellino a Garrincha.

L’ingegnere Paulo Pinheiro Guedes voleva realizzare un impianto che fosse adatto ad ospitare il primo mondiale di calcio del dopoguerra, quello del 1950. Era un anno importante, in cui la vittoria della nazionale brasiliana, data per certa, doveva essere celebrata in un luogo che potesse accogliere tutte le autorità brasiliane insieme ad un grande pubblico. Ma il 16 luglio 1950, nella gara decisiva del girone finale dei Mondiali di calcio, le cose non andarono come previsto.
Il termine spagnolo Maracanazo si riferisce infatti alla sconfitta, a discapito di ogni pronostico, del Brasile contro l’Uruguay, che così ottenne il suo secondo titolo di campione del mondo. Dopo la sconfitta dei padroni di casa per 2-1, alcuni brasiliani si tolsero la vita.

So bene di non essere in un posto come un altro, sento di dover donare rispetto a queste mura che portano sulle proprie spalle anni storia, lacrime e trionfi, gioie e dolori. Oggi è un giorno importante, quello dell’indipendenza del Brasile, e tutto assume un significato diverso. Questi spalti prima di me hanno ospitato intere generazioni spinte da una vera passione, la terra di questo campo ha sentito sopra di sé il peso di alcuni dei più grandi sportivi mai esistiti. Per qualche minuto, mentre percorro le scale che ci conducono alla nostra postazione, preferisco non parlare.

Cerimonia aperturaLo stadio è pieno di gente, milioni di persone, rappresentanti di tutto il mondo, sono l’una accanto all’altra con gli occhi lucidi e pieni di orgoglio. Sono tanti i carioca, si respira un ambiente familiare, di unione, vicinanza.
I colori sono audaci, le luci soffuse, e sui mega-schermi di fronte a noi ha un inizio un lento ed incessante conto alla rovescia: 3,2,1… I riflettori si accendono sulla destra, dove si vede sfrecciare Aaron Wheelz lungo una rampa alta come un palazzo che termina in un immenso anello di fuoco. Il tutto avviene in una frazione di secondo che non mi da’ modo di realizzare; rimango a bocca aperta con la macchina fotografica appesa al collo, immobile.

Il palco si tinge di blu, il blu di una piscina dove la proiezione di Daniel Dias nuota lasciando all’acqua dietro di sé il tempo di formare delle piccole onde.
Siamo sulla spiaggia di Copacabana ora, dove centinaia di bagnanti si rilassano prendendo il sole, giocando con la palla, rinfrescandosi nell’acqua. Sembra tutto così reale che mi verrebbe voglia di scendere le gradinate e di tuffarmi in quell’acqua che acqua non è, festeggiando con loro. Un’esplosione di vita, colori, musica, danza, sport.

Pronti a vivere il loro sogno

Cerimonia apertura 02Ci siamo, gli oltre 4000 atleti stanno per sfilare di fronte a noi. La folla accoglie con un plauso generoso i primi due atleti ad apparire sulla scena: è la squadra degli atleti paralimpici indipendenti composta da due atleti: il nuotatore di origine siriana Ibrahim Al Hussein e il discobolo iraniano Shahrad Nasajpur.
Il pubblico non ha timore di alzarsi, urlare e cantare seguendo le note del samba, vuol far sentire la propria presenza, la propria allegria.

Ecco, tocca a noi, vedo Martina. Mi posiziono rapida con la macchinetta, voglio cercare anche io di immortalare questo istante, voglio vederla portare alta quella bandiera carica di significato, un pezzo di stoffa che racchiude in sé la passione e le storie di più di 100 atleti, i nostri atleti: la squadra azzurra. Una bandiera che significa sacrificio, passione, dedizione, amore. Che significa rinuncia, dedizione, condivisione, fatica, dolore. E’ bello vederli camminare su quel palco, indossare con naturalezza la propria divisa, mostrare fieri l’euforia e la gioia che li contraddistinguono. Si sbracciano, qualcuno si tiene per mano, salutano il loro pubblico. Sono incredibilmente veri e sono qui, al Maracanã, pronti a vivere il loro sogno.

L’ultima squadra a sfilare è quella brasiliana, accompagnata da un inno pieno di festa, gioia e colori, che inevitabilmente fa muovere il piede a ritmo anche a qualcuno dei fotografi. Disegnato sul palco resta ora il simbolo della cerimonia, un cuore umano che è il risultato dell’unione di centinaia di popoli diversi racchiusi in un unico battito. “Per il cuore, non ci sono limiti“.

Cerimonia apertura 01Dopo questo tsunami di arte e talento, è arrivato il momento istituzionale: tocca alle grandi cariche prendere la parola. Ma se il discorso del Presidente dell’IPC Sir Philip Craven è seguito da un’ovazione, lo stesso non si può dire del nuovo presidente brasiliano Michel Temer. Nel momento in cui prende la parola per dichiarare ufficialmente aperte le Paralimpiadi, ad accoglierlo ci sono i fischi dell’intero stadio.
Si tratta di un dejavu per lui, già fischiato un mese fa in occasione delle Olimpiadi ed accusato di golpe dalla destituita Rousseff. Sembra proprio che Temer, in carica ad interim già da maggio, in tre mesi non sia riuscito a conquistare l’elettorato brasiliano; con alcune nomine di politici accusati di corruzione o di appartenere alla vecchia élite, il neo presidente non ha dimostrato di voler dare al paese l’impronta di rinnovamento tanto attesa. E il dissenso popolare non ha tardato a manifestarsi.

Cerimonia 05Il ritmo di samba torna inaspettato a scaldare i cuori e ad allentare la tensione, così che in un attimo si respira di nuovo un’aria carica di allegria.
Ora che le bandiere del Brasile e dell’IPC sventolano alte nel cielo e che la pioggia è venuta a salutarci, è arrivato il momento più importante della serata: l’accensione della fiamma paralimpica. Simbolicamente il gesto spetta al nuotatore Clodoaldo Silva, che con la sua carrozzina percorre l’ultimo tratto prima di arrivare ai piedi di una grande scala. Rimane lì, immobile, e noi aspettiamo con lui, chiedendoci come riuscirà a superarla. Ma ecco che all’improvviso questa si apre meccanicamente creando una rampa: Silva trionfante la sale sospinto da un urlo impazzito del pubblico del Maracanã. E’ luce, è la fiamma paralimpica.

Voi atleti sarete testimoni di come lo sport paralimpico ha la capacità di ispirare un individuo trasformando interi paesi, comunità, continenti” , conclude Sir Craven.

 

Bem-vindo ao Rio 2016.