“Elena nella cidade maravilhosa” – Giorno 1 – Verde come Rio

Verde come Rio 01Verde. Verde come quello che spicca sulle maglie dei volontari che incontriamo sin dall’aeroporto, verde come il pullmino che ci trasporta fino al nostro hotel.
Verde come i cartelli che incontriamo lungo il percorso, verde come i tanti alberi che danno colore a questa città che si apre davanti ai miei occhi. Verde come il Corcovado ricoperto di vegetazione, verde come il telefono del giornalista accreditato che siede davanti a me.

E’ così che si presenta Rio de Janeiro in questo nostro primo incontro, è questo il primo dei suoi tanti colori che ha deciso di mostrarmi. 
Verde. Verde come Rio.

Fiume di gennaio

Verde come Rio 03Mi sono documentata prima di partire, era mio dovere e mia volontà farlo. Ho cercato notizie, ho letto articoli, ho ascoltato opinioni e suggerimenti, ho preso appunti. Ho tentato di farmi un’idea di cosa mi stesse aspettando, di mettere a fuoco qualche immagine ad occhi chiusi che mi consentisse di potermi in qualche modo preparare alla fantastica esperienza che era dietro l’angolo ad aspettarmi. Ma solo ora che sono qui mi rendo conto che il mio training personale non avrebbe mai potuto prepararmi a tutto questo, nessuno avrebbe mai potuto spiegarmi le sensazioni che avrei provato, tutto questo. Quello che la mia pancia ha sentito quando l’aereo è atterrato, quello che il mio cuore ha avvertito quando libero ha iniziato a cavalcare quei battiti aumentati poco prima che varcassi la soglia dell’aeroporto, quella sensazione travolgente dell’aria calda ed umida che mi si è posata sulla pelle la prima volta che i miei polmoni hanno respirato in questa città che tutti definiscono “dalle mille contraddizioni”.
E allora basta premeditazioni, basta calcoli ed aspettative. Voglio vivermi “il fiume di gennaio” come viene, nel suo impetuoso, tormentato e colorato scorrere.

Sorrisi e gentilezza

Verde come Rio 01Dopo aver superato tutte le prove proposte dai vari metal-detector, raggi x e quant’altro, eccoci finalmente in territorio brasiliano. Ad accoglierci ci sono sorrisi e gentilezza, un’aria generosa che ci abbraccia. Chiudo gli occhi per un istante lasciandomi cullare. Fuori è ancora buio, sono solo le 4.30 del mattino qui, ma la voglia di andare alla scoperta delle città delle meraviglie è più forte di qualsiasi stanchezza.

Un po’ disorientati avanziamo seguendo il flusso di persone, ma dopo qualche passo ci fermiamo alla ricerca di un’informazione: come arrivare al nostro albergo? Dove sono le navette che conducono al media centre? Da lontano scorgo la testa di Junior disegnare un chiaro “no” mentre le sue gambe avanzano nella mia direzione. Lui qui è la nostra chiave di comunicazione, il nostro dizionario di portoghese a cui continuamente chiediamo “come si dice questo?” incapaci di masticare una lingua a noi sconosciuta. Tra le sue labbra è racchiuso il messaggio che quella volontaria tanto gentile ha regalato loro e che lui, come Ermes il Dio messaggero, ci sta portando: dall’aeroporto non esistono più i mezzi forniti dal Comitato Organizzatore Locale che conducono al media centre né ovviamente al nostro hotel. E’ vero, ci sono i trasporti pubblici, ma come fare a prenderli provvisti di 15 valigie (non per esagerare), ruotino, carrozzina e attrezzatura varia?
L’unica soluzione possibile è prendere un taxi, ci viene detto. Ma a noi serve un pullmino, più che un taxi! Ecco, un ragazzone alto alto ci viene incontro; ha lui la soluzione per noi, e mentre aspettiamo che il mezzo arrivi ci concediamo un caffè americano che, pochi minuti più tardi, mi verserò addosso.

Domande da inesperta

Verde come Rio 04Così, senza preavviso, la prima stranezza ci si palesa davanti agli occhi. Dove sono finite le navette dell’organizzazione locale? E soprattutto, perché non ci sono più? Ci vuole poco per trovare una risposta, giusto qualche secondo di tempo da regalare ai miei neuroni assonnati; le Olimpiadi si sono concluse da poco ed è lì che parte dei soldi destinati ai Giochi Paralimpici sono finiti. Ecco tutto.

Mi concedo qualche domanda che da persona inesperta del settore quale sono, penso di potermi permettere. Non dovrebbe forse sussistere un meccanismo contrario per cui se proprio è necessario spostare dei soldi, lo si fa dalla parte più forte a quella che ha ancora degli ampi margini di crescita? Mi spiego meglio: perché se non si fa altro che ripetere che le Paralimpiadi devono avere maggior spazio e visibilità non si dedicano a queste maggiori risorse invece di muoverle in favore di una manifestazione sportiva sulla quale i riflettori ancora, sono maggiormente puntati?

Le case fatte di niente e i giganti

Verde come Rio 05A lati della strada scorrono palazzi alti 2o metri che si alternano a case fatte di niente, labili come una scritta sulla sabbia. Se ne stanno lì, rassegnate al loro precario esistere, alcune di loro non hanno nemmeno il coraggio di nascondersi dietro una finestra. Non hanno paura dei giganti che hanno vicino, forse semplicemente perché sanno di essere per loro talmente insignificanti da non meritare alcuna attenzione.

Dopo qualche curva il sole si lascia sopraffare da una grande nuvola grigia prendendosi qualche minuto di riposo; di sottofondo la voce di Riccarda improvvisa il portoghese parlando con il nostro autista, Paulo.
Sorseggio quel poco di caffè che non mi è finito sulla tuta mentre i miei occhi scorrono veloci per posarsi finalmente su quel soggetto che tanto attendevano.

Ed eccolo lì, finalmente: il mare.

Elena, sei a Rio!

Verde come Rio 06Ci registriamo rapidamente in hotel, le camere non sono ancora pronte; andremo direttamente al media centre con il “completo da viaggio” (il mio prevede anche tre macchie sulla coscia sinistra).
Dobbiamo capire alla svelta come funzionano i trasporti per poter seguire tutte le gare e svolgere il lavoro che abbiamo in mente senza problemi. In effetti i mezzi non abbondano, e spostarsi da una parte all’altra non è poi così semplice, ma il tutto è compensato dall’estrema cortesia che sembra accomunare tutte le persone che incontriamo, per cui innervosirsi risulta davvero difficile.

Arrivati a destinazione, e dopo essermi persa con Riccarda tra i mille ascensori che ci sono al centro stampa, troviamo la nostra postazione. Siamo tutti affamatissimi, l’ultima volta che abbiamo toccato del cibo è stata questa mattina alle 3. Il mio stomaco è letteralmente in fase di protesta e non fa altro che brontolare rimproverando la mia negligenza nei suoi confronti…mi sta quasi facendo sentire in colpa! Ed ecco che una visione divina ci appare: Marco ha trovato del cibo! Le due buste che ha in mano piene di patatine, in pochi minuti, vengono saccheggiate.
Ce le gustiamo chiacchierando e ricordando quanto sia bello e buono mangiare, è un momento di meritato relax.
Un secondo dopo a pancia piena realizzo, e quelle patatine prendono improvvisamente tutto un altro sapore, molto più speziato, gustoso, deciso.

Elena, sei a Rio!

Siamo noi

Verde come Rio 08Alle 16 al Villaggio Olimpico ci sarà l’alzabandiera di alcune squadre tra cui l’Italia, ed è un evento che non possiamo (e non vogliamo) perderci. Quindi pronti, si va.

La nostra destinazione non è distante, ma con tutta l’attrezzatura che abbiamo prendere una navetta farebbe davvero comodo. “Ma i bus per il Villaggio Olimpico non ci sono più fino a domani” e allora via, di nuovo a piedi. Camminiamo, camminiamo per venti minuti buoni mentre Riccarda ci sfreccia accanto con il suo ruotino. E’ bello vederla con il vento in faccia, felice, leggera. E’ bello sapere che anche lei può viversi la magia che si respira qui, immersa nel mondo, viva. Continuiamo a camminare.

A pochi passi dall’ingresso sentiamo già la musica e subito un sorriso ci si stampa in faccia: ecco cosa è mancato fino a questo momento. La musica.
Sono i ragazzi che fanno le prove per l’esibizione che aprirà la Cerimonia dell’alzabandiera che tutti stiamo aspettando, ragazzi che danzano nell’aria con una naturalezza che ci fa venire la pelle d’oca. L’amore che provano nel disegnare quei passi ci travolge come uno tsunami, i loro occhi brillano di felicità, sembra che le note prendano forma dal loro sterno, si facciano strada lungo il corpo per poi esplodergli tra le mani. Sono la vita. Indossano abiti colorati, ballano musiche tipiche brasiliane che inconsapevolmente innescano in ognuno di noi vibrazioni che ci fanno ondeggiare.

Ed eccoci lì, tutti insieme a ballare, tra perfetti sconosciuti e persone care. Atleti, amici, colleghi, ballerini, giornalisti, bambini. Non ci sono più distinzioni, definizioni né etichette, siamo semplici corpi che si mescolano uniti in una danza di gioia che lascia spazio a quelle emozioni che fino a quel momento siamo stati costretti a trattenere. Ma ora siamo noi, gli azzurri di Rio, fieri e felici di esserlo.

Semplicemente noi, qui.

 

Immagini di Michelangelo Gratton e Marco Mantovani.